Inediti – Antonino Bondì

marzo 3, 2018 § Lascia un commento

bondì

 

 

(da “Osceno mobile”)

 

sfiancamento stocastico

di quel dolore che non erompe ma sfianca le parole

vuote di affaticamenti e rincorse le gambe a stento

avvertono l’aroma di abbandono. Se bagni il fondo

con dita insalivate, dal cielo ferite si apriranno

e l’infezione con i crampi sin nei muscoli.

Sull’orlo degli occhi colmi d’impazienza sta il ritratto

di un oboe sul tavolo, coi tarocchi in cerchio

a straziare il suono e le manie dell’urlo.

 

Io resto perplesso e confesso.

 

metafisica per il XXI Secolo

Adesso non puoi addormentarti sulle verità

se non dietro il sogno di facce distratte,

e nemmeno stornare lo sguardo

dallo spettacolo di un grattacielo in frantumi.

Lì, nella vertigine di una storia, l’eco

di genti ha sfiorato lo sguardo di un bonsai

che si annienta inebetito;

e altrove, fra diamanti, cadaveri e cascate

un volo di pellicani si mette a disegnare

una vecchia ombra di morte

sopra le terre più sbigottite.

Ci hanno fatto cenno di scappare

e cancellare le tracce dell’uomo

da una lavagna insanguinata in ogni modo.

Ma sogna di essere un tentacolo

la mano dell’uomo fra amore ed assassinio.

 

antifrasi e smemoratezza

 

                                                                                                                               per Amelia Rosselli

Non è vero ch’io rimo e poeto ma insisto a stingere fosse che

la luce del gesto non incrocia nell’ombra;

resta un’ipotesi di voce querula, ragionamenti di mezza sigaretta

lunghi per una marcia al contrario; o la vista di una tazza

da riempire di fogli non bruciati ma messi in archivio. Rimane

la biglia nella tasca, l’oscillazione che sfibra, la nenia

lunare di un inconsistente indirizzare, spedire, ritrovare

e buste accantonate con destinatari da correggere, bozze

di tempo accumulato con una soglia sgomenta e mente

che non puoi finire. Non è vero ch’io rimo e poeto ma insisto

a spingere la ressa che non unisce né rassembla,

e non è paesaggio, montagna o discarica: restano solo

fantasmi sbarcati da lunario con rimanenza, frasi ben

limate e mantecate all’ora giusta, qualche rottame d’allegria

procrastinata in fuoco attenuato, e cime per nodi da

dislocare, impermanenze, suonerie fuori fase, spasmi

controllatissimi, gambe sulla sedia, voci che girano dietro

le pale attaccate al lampadario, la controra che sparisce, le mani

del vecchio archivista che sorride al tuo cercare per metà vano,

e non insisti più, svicoli dalla finestra l’oblunga forma del piano

dove sosti, e insisti e non dici. Canticchi. Poi spegni.

 

una veste

Oggi sotto la veste pioveva

Ed io ero una barelliera

Ma senza l’ombrello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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