Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione – Vincenzo Frungillo

ottobre 7, 2016 § Lascia un commento

 

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L’inclinazione diegetica che percorre tutta l’opera di Vincenzo Frungillo (specie a partire da “Ogni cinque bracciate”, 2009), volta a una  indagine  antropologica della Storia tramite le storie, approda formalmente dopo “Il cane di Pavlov”, 2013, che già si palesava come lungo monologo,  a un aperto teatro di parola con “Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione“ (Zonacontemporanea, 2016).  L’intento allegorico di quest’ultimo libro è esplicitato sin dal  titolo, con la lebbra che si pone al centro del palcoscenico  in dialogo e immedesimazione costante alla violenza del potere, al senso di inanità della fine, alle ambiguità delle relazioni umane, sino a un sentimento di affetto/amore che si profila unica risposta all’entropia della corrosione, fisica e metafisica.

La rarefazione della scena – il lebbrosario cretese di Spinalonga – è evidente fin dall’esergo tratto dal re Lear, dove il vecchio re richiama con i vibranti,  noti, accenti shakespeariani  la “spoliazione” creaturale degli uomini “L’uomo inadulterato non è altro che un povero animale nudo”, e si riverbera sulle sale del lebbrosario e sugli stessi personaggi, tutti identificati e “nominati”  con il proprio ruolo (il dottore, il capitano, l’infermiere, il prete, i pazienti), ad eccezione di Epaminonda, il malato più anziano dell’isola-lazzaretto, coscienza dolentemente  critica della decomposizione, e di Francesca, che appare dapprima come il nuovo paziente poi come Meteco e infine nell’agnizione definitiva di ‘eroina’ sconfitta e ribelle al regime dei colonnelli greci.

La misura che caratterizza la scrittura di Frungillo – sempre tesa, al di là delle forme via via esperite, a un equilibrio classico tra pathos e logos – si profila in “Spinalonga” modellata su una icasticità plastica  rinvenibile nelle stesse, nette,  tavole di Davide Racca che corredano l’opera. Le “maschere” della messinscena aderiscono pressoché totalmente al proprio  “nome”, approfondendo peraltro nelle reciproche interazioni e disvelamenti la pluralità di moventi e anche di contraddizioni che le animano, con un non casuale,  esplicito, riferimento nel testo  alla drammaturgia di Euripide (Mi ripetevi il passo d’Euripide, ricordi?“Non ho mai conosciuto una persona disonesta che non avesse un argomento per ogni situazione”) rivisitata peraltro alla luce delle esperienze brechtiane.

L’essenzialità della trama, basata su una visita apparentemente di rappresentanza  del capitano, epitome del potere  (“Il bene è solo un’ingenua versione del male”; “Il potere non si concede dubbi. Noi siamo la realtà, siamo ciò che tu ti limiti a corteggiare.”), si dilata a narrare, oltre alla situazione  di nascondimento e decadimento del lebbrosario,  la vicenda di lotta politica e la lacerata relazione amorosa  tra Francesca e il dottore, alle prese con le ambiguità di una carriera accademica abbandonata e un collaborazionismo a stento ammesso con il regime Volevo condivider  la tua sorte, provare quello che provavi tu. Farmi del male. Assaporare il male, fino in fondo), in un crescendo che intreccia malattia-potere-ambizioni nel cerchio di una comune, e consustanziale, corrosione.

A fungere quasi da deus ex machina, o meglio,  cantore-griot della propria e altrui condizione (la corruzione è in chi mi guarda, non in me stesso),  è Epaminonda, il vecchio lebbroso, già semi-accecato dalla malattia, personaggio mutuato dalla sezione di una coeva raccolta poetica dello stesso autore (Le pause della serie evolutiva, Oedipus 2016) a testimoniare la complessiva organicità del lavoro di Frungillo.   Capace di alternare tonalità chiaroscure tra istrionismo, ironia e indagine filosofica (Da giovane ero bello. Non mi credi? Strano destino il nostro, siamo così lontani da tutto, ma molto più vicini alle creature, sappiamo come un organismo si possa ammalare, come il respiro possa diventare un rantolo, come le dita possano diventare tizzoni spenti, moncherini che afferrano niente, come un cuore possa diventare arido prima di smettere di battere, e come tutto questo sia a suo modo naturale. Per questo facciamo paura) Epaminonda esprime  una gamma di affetti che lo rendono simbolo della “malattia di vivere”, che è la vera mise en abyime di questa drammaturgia.

 

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