Cinquantaseicozze – Roberto R. Corsi

giugno 12, 2015 § 1 Commento

cozze

“Cinquantaseicozze” (Italic, 2015) recita il libro di Roberto R. Corsi, rilanciando un’idea di scrittura poetica programmaticamente lontana da moduli stereotipati, ma fornendo anche chiavi di lettura metaforica polivalenti, come’è tipico di chi in poesia prova e tenta nuove vie. La cozza infatti è una metafora culinaria consustanziale al clima da “ultimi giorni di Pompei” di una media borghese versiliese che è tra i protagonisti del libro, ma è anche un mitile che funge da depuratore delle acque, ad indicare la valenza terapeutica che l’autore attribuisce alla propria scrittura, e che si palesa, infine, estremamente tenace, adeso all’ habitat nativo, adombrando il rapporto odio-amore con il proprio quotidiano che intrama la versificazione di Corsi.

Privilegiando una struttura ipermetrica e per molti versi diegetica – dove si incastonano spezzoni di endecasillabi e bagliori lirici in un ciclo quasi da lieder – si dipana un affresco solo apparentemente privato, che tende a un timbro colloquiale e ironico, con innesti lessicali aulici o desueti in chiave parodica (pottaione, barzotto) o di “controcanto”(sagittato), che rinvia tra l’altro alla musicofilia dell’autore, palese anche nelle citazioni mahleriane del libro. La riviera versiliese – pattumiera costiera d’alto bordo – , la cultura aziendalistica, le aspettative di traguardi sociali e familiari, gli amori ridotti ad amplessi intercorsi come acqua di fiume, costituiscono il fondale della poesia di Corsi, tratteggiato con dolente causticità, che diventa amara auto-ironia nell’asserita incapacità di sfuggire dalle maglie del proprio mesoambiente (Ma il senso profondo della mia storia lo ritrovo nel sublime ctenoforo:/un puro trasparente innocuo carezzevole tendere al nulla,/all’agio della deriva e al rampicar di debolezze incolmabili,).

L’impossibilità di aderire agli imperativi dominanti, vissuti in tutta la loro vacua inconsistenza (l’avida fola della permanenza), si coniuga peraltro a una mancanza di autostima che impedisce il salto extraorbitale del non far parte, rilevando sottotraccia oltre all’influsso proustiano, cui è dedicato uno dei testi, una traiettoria da Mann ohne Eigenschaften, uomo senza qualità, paradigmatica di uno scacco generazionale e storico. E’ in questo “preferirei di no”, e nella contestuale assenza di un valido slancio alternativo che il libro fonda la sua sostanza essenzialmente tragica, dove solo il mare di una celebre poesia di Caproni (“il mare come materiale”) è riparo paradossale alla tenerezza dell’essere (LI. a Giorgio Caproni Celebrerò i tuoi cento sulla soglia/del mare-materiale,/lasciando l’indicibile e il frasario/al maestrale ianuario./Qui l’a priori non ci può far male.).

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I.
Tra una poesia e l’altra il vero scarto è quanto vuoi nasconderti
e l’imminenza dello schianto rende allergici alle maschere di gioventù.
Mi scuserà dunque la societas scriptorum in cerca di lemmi desueti
(tanto, colpatuacolpamia, non m’ha mai filato manco di striscio)
mentre forse saranno rinfrancati visitatori occasionali,
quelli del parla chiaro o non capisco. Non ho più voglia di piatti elaborati, da pottaióne,
d’immagini alte che poi son già state scritte o comunque verranno
rubate pari pari da qualcuno con più follower; la retrovia, l’humus,
l’impepata di cozze mi va bene, la mettono cara ma ugualmente
spira forte il senso del rustico, quell’ignobile cui non si sfugge;
esce il senso del brutto ma buono, del resto l’avvenenza non fu data
e il dorso delle mani si screpola, invecchi e non sarai mai premier;
addio al sospirato incontro con la bellezza fulminante
cui non si può reggere se non per episodi come insegna il grande poeta;
addio alla ricerca sulla parola, retaggio di tempi
in cui Ebe t’illude che qualcuno si sforzi d’ascoltare.
Chi poi ti torturava è fuggito nella grande amnistia della vecchiaia.
Tanto vale affogare il pennino in sughi prosaici: la mente s’inebria
del carico d’aglio che pialla le altezze, si sente libera
dall’onorabilità laccio al collo del dire;
prorompono cose importanti à la recherche della scaturigine,
della frattura dell’autostima, epistrofeo d’ogni voglia di vivere.
Al primo assaggio tutto sembra squisito e, se il mondo lo devi consumare in fretta,
qui hai il diritto di ruminare a lungo, paghi alla fine, nessuno ti corre dietro.

XIII.
Come nei polizieschi i neri si chiamano “negro” tra loro quando vogliono offendersi,
così certe figure appassite, sole, spaesate spossessate senza onori sociali,
appoggiate sulla claudicante tiepida carità d’un fratello o un collega,
mi suscitano disprezzo misto a paura – vedo in loro la più logica
proiezione temporale di me stesso, in una salamoia amniotica,
un ragno ineludibile che punge avvolge nella tela
ma ancora serba in vita. Odio la persistenza del perdente, mi odio..
XX.
Batte un maestrale violento: lasciando trame eterne sulla rena elide
il calpestio del fine settimana, il divertimento gridato a sprezzo,
i fiorentinmilanesparmigianreggianpratesi al mare. Adesso
l’ingegneria del vento per me solo alza veli sottili a livellare
l’orme. Tempo mezz’ora e tutto tornerà inviolato.
Giunta a casa, la gente alimenta con zuppe di farro
l’avida fola della permanenza.
XXII.
Quando verrà il regime, quello duro (perché verrà),
certo non avrò il coraggio di darmi alla macchia, combattere
o scendere in strada, non vedo quale grumo astrale possa infondermi lo slancio
che mai ebbi. Se resterò vivo dovrò sputare su Marx, andare in chiesa,
rinnegare il mio intimo. Sceglierò (per così dire) di marcire al chiuso
come sempre, proprio come sono marcito nelle scelte altrui
e nell’erbacce del parco giochi che nessuno ha curato.
XXI.
Meno frequentemente puoi trovare un grongo
vicino a riva, intrappolato dai banchi sabbiosi
oppure esausto, finito il ciclo della vita con la pirotecnica riproduzione,
scarico come le piccole aguglie che in ultimo si fanno avvicinare,
trattengono al tuo tocco lo scatto di freccia marina.
Forme eleganti, oblunghe, si lasciano morire con rallentate
sinusoidi, non vale respingerle verso la corrente: ogni volta ritornano e
noti attenuarsi la frequenza dei guizzi finché il momento giunge –
magari lì, sul ritrarsi dell’onda, a favore di qualche gabbiano. Imparare
l’occhio placido dell’animale che spira: non ha scritto poesie
né fondato un’azienda… Eppure come tiene la scena,
senz’alcuna fibrilla di rimpianto!

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