Leggenda – Judith Wright

maggio 15, 2015 § Lascia un commento

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Il garzone del fabbro uscì con una carabina
e con un cane nero che gli correva dietro.
Ragnatele gli invischiarono i piedi,
fiumi l’ostacolarono,
rami spinosi gli si avventarono agli occhi per accecarlo,
e il cielo diventò un infausto opale,
ma lui non ci badò.
«I rami li so rompere, so passare i fiumi a nuoto, neutralizzare
con lo sguardo qualunque ragno sulla mia strada»,
disse al cane e al fucile.

Il garzone del fabbro si diresse verso i recinti
con il vecchio cappello nero in testa.
Montagne gli sbarrarono il cammino,
rocce gli franarono addosso,
e il vecchio corvo gracchiò: «Presto morirai».
E la pioggia venne giù a barili.
Ma lui disse soltanto:
«Le montagne le so scalare, le rocce le so scansare, so sparare
a un vecchio corvo in qualunque momento»,
e proseguì verso i recinti.

Come fu giunto alla fine del giorno, il sole cominciò a tramontare,
la notte scaturì, pronta a ingoiarlo,
come una canna di fucile,
come un vecchio cappello nero,
come un avido cane nero alle sue calcagna.
Poi il piccione, la gazza, la colomba cominciarono a gemere,
e l’erba si piegò per fargli da cuscino.
Gli si spezzò il fucile, gli volò via il cappello, il cane era sparito,
e il sole tramontava.

Ma davanti alla notte si stagliò l’arcobaleno sulla montagna,
proprio come il suo cuore presentiva.
Corse come una lepre,
si arrampicò come una volpe;
lo prese con le mani, coi suoi colori e il freddo –
come una sbarra di ghiaccio, un getto di fontana,
come un anello d’oro.
Il piccione, la gazza e la colomba si alzarono in volo a
contemplarlo,
e l’erba si rialzò sulla montagna.

Il garzone del fabbro si mise in spalla l’arcobaleno
al posto del fucile rotto.
Le lucertole uscirono a vedere,
i serpenti gli fecero largo, e l’arcobaleno
rifulse risplendente come il sole.
E il mondo disse: «Nessuno è più prode, nessuno più baldo,
nessun altro ha fatto
nulla di simile». Lui tornò a casa al colmo della baldanza,
con l’oscillante arcobaleno in spalla.

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