Il centro del mondo – Domenico Cipriano

marzo 24, 2015 § 1 Commento

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“Il centro del mondo” (Transeuropa, 2014) conferma la maturità ormai raggiunta dalla poesia di Domenico Cipriano che, intramata di una sonorità e armonia prosodica qui sicura e avvolgente per tutta l’opera, si colloca decisamente nell’ambito di un neo-lirismo per molti aspetti affine agli “stili semplici” che hanno caratterizzato parte della produzione contemporanea in questo scorcio di 2000. Questa scelta formale consente un’impeccabile partitura – evidente anche nelle “suggestioni” musicali indicate da Cipriano all’inizio di ogni sezione del libro – del tema del divenire o meglio dello sfumare che è la cifra del “centro” del mondo di volta in volta indicato e sospeso negli affetti familiari, nel paese natìo, nei landmark dei lampioni e delle rughe, delle rocce, delle foglie e della faglia che la memoria non colma tra il passato e il presente (..Non viviamo il presente/tra le croci e le diaspore del niente..), tra illusione e ricordo.

Viene a delinearsi un’atmosfera rarefatta (non a caso una delle sezioni si intitola Irpinia metafisica), con toni crepuscolari peraltro sempre trattenuti da un in’inesausta ricerca di uno scambio teso alla resistenza, fermo restando la predilezione dell’io poetante per un margine di sospensione che consenta al pensiero – e al tempo – di arrestarsi momentaneamente (…Lì/ è fine la nebbia e godo da solo questi/pochi minuti di vita filtrata dalle parole..): Continuiamo a dirci vivi/ostinandoci a non apparire uguali/ e questo morire eternamente/è il volto stesso che la vita ci consente.

Strutturato in sette sezioni, in ognuna delle quali confluiscono testi che si dipanano per similarità di temi, “Il centro del mondo” tende a perseguire il difficile obiettivo di un equilibrio ontologicamente instabile, attraverso anche echi leopardiani, raggiungendo i suoi esiti migliori nelle sezioni – quali ad esempio la prima e la conclusiv a – dove il ritmo metrico trova una cadenza più lunga e narrativa, affidando, più che a simboli, alle immagine vivide di paesaggi non solo fisici il senso dell’operazione poetica: l’impossibile, ma non per questo meno necessaria, pacificazione del vivere.

———
testi
Ho un calo di neuroni senza dieta
tu speri che il peso ceda e bruci
calorie. Produci così energia.
Io accendo la memoria e l’annullo:
i neuroni che cancello sono il peso
sottratto agli eventi, a fuoco spento.
*
Vestiamo panni d’entroterra
quelli di chi non conosce il mare
che ha la faccia sporca di fango
e le dita nere, senza i lampioni
a darci la luce e solo mezze voci.
Ma io ricordo che i lampioni
erano accesi sopra al paese
e respirando nel freddo riuscivo
a dare vista alla mia voce.
*
C’è uno spazio che separa la riflessione
dalla scrittura in cui devia il mondo. Lì
è fine la nebbia e godo da solo questi
pochi minuti di vita filtrata dalle parole
e brividi vividi di notte: è vita questa
che mancherà per la sorte solerte.
Nicola accende sereno una sigaretta
e si dice felice del calore della sera:
il volto del paese ci divora e dopo
ci separa.
*
(a Cosimo)
Esistiamo perché mutiamo. Il corpo
si trasforma con il tempo, così la voce
e l’odore che tutto dice. Conserviamo
poco, diamo segno di noi
nel pensiero che si evolve, nelle azioni
che si alternano, confondendo
i colori che la pelle mostra, variando i suoni
che all’istante diventano parole.
Se c’è una storia da ricomporre
(pezzo a pezzo) è nel modificarsi
delle orme che tracciamo. Così,
solo le cose ferme ci ricordano
dove siamo già esistiti,
anche se il vento cerca di mutarne le sembianze
con la polvere che accumula
in forme disadorne.
Continuiamo a dirci vivi
ostinandoci a non apparire uguali
e questo morire eternamente
è il volto stesso che la vita ci consente.
*
5. finale

Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.

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