Su “Vilipendio” di Gianmario Lucini

gennaio 14, 2015 § Lascia un commento

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(mai come in questi giorni sembra tanto profetica la poesia “incivile” di Gianmario Lucini; per ricordarlo pubblico una mia  nota di lettura  che correda il suo ultimo lavoro, “Vilipendio”)

 

Eravamo sulla linea del male

Confluiscono in “Vilipendio” più voci, e registri, e più piani e più tempi, archetipo la ferocia umana sospesa tra i fondamentalismi e la brama, di soldi, di dominio e violenza. Dalle canzonette beffarde, quasi ottocentesche, in cui l’io autoriale si rispecchia anche ironicamente (Sono nato bilioso e lazzarone//perché ho in odio produrre/per alcun padrone), al sarcasmo degli epitaffi per gli ipocriti e i prepotenti (Ha un disperato bisogno di ingoiare/ogni cosa, il mondo intero/senza masticare/in un vortice, un buco nero), ai monologhi salmodianti che intrecciano un dialogo –sordo e muto – tra kefiah e kippah sino alle elegie secche e vibranti con i fotogrammi filmici di una narrazione inevitabilmente permeata di morte, Lucini costruisce il suo affresco di poesie ‘incivili’ tenuto insieme dal collante della lotta all’ingiustizia e dall’esigenza primaria di fronteggiare il male.

In sottofondo, coerentemente con una esperienza di poesia modellata sui ‘ta biblia’, continua (come in precedenti opere, e si pensi ad esempio a “Sapienziali”) ad agitarsi inquieto l’assillo dello scandalo di Giobbe, assillo in questo libro peraltro declinato notomicamente in uno sguardo interno all’umano (Non lo nominiamo invano/ma scriviamo il suo Nome/sulla fusoliera dei nostri F16; Eravamo tutti in un fiotto di luce/in un mistico panico di amore e di ferocia/eravamo tutti in fuga scagliando i pugni al cielo/eravamo sulla linea del male).

Se Lucini ascrive alla “lirica” questa sua scrittura, lo è giustamente per l’urgenza di canto, ma meglio sarebbe dire di urlo che la sostiene, lontano da qualunque ripiegamento intimistico come anche dalla mera ricerca di sonorità suadenti. La lezione di David Maria Turoldo è in questo libro profondamente assimilata in termini di potenza e di visionarietà politico-antropologica, come anche di limpidità nel rifletterci – collettivamente e individualmente – nel ‘legno storto’ che ci forma. Lo stesso titolo “vilipendio” assume la duplice valenza di parola che tende a ferire, a toccare – nominandola – la piaga, ma anche di azioni, belliche o meno, che minano l’orizzonte umano. In questo ambivalenza di presenza del “male” e di capacità di resistervi si gioca tutta la tensione eroica di questa scrittura, che peraltro sconta lucidamente le proprie debolezze, richiamando in controluce le scelte fortiniane: Quest’ultimo sfacelo/è la vera saggezza da amare.

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da “Vilipendio”

Kefiah

Quando i morti iniziarono ad uccidere i morti il guaìto
dei cani si mischiò ai vagiti del terrore.
Eravamo tutti in un fiotto di luce
in un mistico panico di amore e di ferocia
eravamo tutti in fuga scagliando la Jambiya al cielo
eravamo sulla linea del male
con un piede oltre la linea dell’abisso
anelando con terrore al precipizio
e un Dio morto di sete vagava per i campi
bevendo da fonti insanguinate.

 

Kippah

L’intimità sventrata degli ultimi
l’intimità rivoltante dei poveri con le loro camicie aperte
e le urla e i gesti sgangherati
la loro fame oltraggiosa e il loro confuso
brulichìo di insetti incomprensibili
naturalmente al di sotto d’ogni soglia di decenza
e quelle donne perennemente avvolte in drappi neri
quelle profetesse ataviche di buio e di sventura
come goffi caporali d’un plotone di figli
pulciosi dagli occhi terribili
nello scintillio cupo della sclera
e quell’odore di cibo a buon mercato e animali e polvere
tutto questo non è nostro
e dunque scaveremo un baratro
vi pianteremo un muro.

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