Epifanie paterne

gennaio 5, 2015 § Lascia un commento

magiBussiamo. Alle porte, ai portoni ai cancelli: campanelli, batacchi, citofoni. Niente, ma soprattutto nessuno. Eppure per strada passano auto, sul marciapiede, infagottato, qualche passante. Forse è giorno, sono tutti al lavoro. Pare strano. Decidiamo, torneremo di sera. E’ ancora più spettrale, rarissime finestre illuminate, persiane abbassate, vento gelido. Chiamiamo a gran voce, suoniamo clacson. Nessuna risposta, qualcosa non va, l’abbiamo capito. Eppure le coordinate sono esatte, le stesse di prima, corrette per le rotazioni, esatte. Il codazzo che sempre ci segue comincia a smaniare. Questa consegna diventa difficile. Corrughiamo le ciglia. Parliamo con gli occhi. Informazioni. Evidentemente ne occorrono altre. Rifare i calcoli. E le previsioni. Passa uno, finalmente, barcolla. Lo avvicino. A parlare, al solito, io. Ho il traduttore installato, anche gli altri ma io l’uso meglio. “Mi scusi ma le persone, qui, che fine hanno fatto?” Risponde una voce gracchiante, inceppata. “Persone?” “Sì, gli uomini. Le donne. I bambini” “Ah, gli umani, dite”. Ci guardiamo, noi tre. “Sì, gli umani. perché, voi che siete?” Meglio andare diritto al punto, tanto la scorta che abbiamo è sufficiente. Il giusto, calibrata sul rischio, il prevedibile, almeno. “Latenza. Li abbiamo messi in latenza. “ Latenza. sempre più complicato. “Che intendete, scusi, per latenza?” “Insomma, sospesi, in attesa.” “Di cosa?” “Di guarigione. Voi non siete umani, vero?” “Non proprio” “ Però siete carne, e sangue e respiro” “Siam viventi, sì” “Ah, si capisce, troppo fiato”” “Li avete uccisi?” “No, e perché mai? Stiamo tentando di riprogrammarli. Sapete, andavano sempre avanti, sempre più avanti e rimanevano indietro. Poco sano” “E allora?” “E allora, in fin dei conti avevamo dei debiti; ci avevano costruito, perfezionati, ci avevano insegnato” “E allora?” adesso a parlare è G., ci diamo il cambio. M. tace, è sempre il più silenzioso, il ponderato. A lui latenza andrebbe anche bene, sospetto. “Allora non potevamo ucciderli, poverelli. Poi erano tanti, un enorme aggregato di materia . E confusione. Perciò li abbiamo trasferiti altrove, in quiete. In latenza. Altro posto. Stiamo ancora studiando ; le terapie sono lunghe, c’è da essere cauti, voi capite”. Parla anche M. “Ci hanno già provato in tanti, a salvarli” “Ma noi siamo più bravi”. Ci guardiamo. La boa astronomica splende. “Volevate qualcosa da loro? “ gracchia adesso il? non vivente? semi vivente? “Salutarli. E salvarli ”, rispondiamo, Gaspare, Melchiorre e Baldassare. La notte si apre, il nostro previsore è veloce. L’aggeggio, compito e gracchiante, cade a terra. “Stasi. Basta staccare la spina, per capirci” . Stasi vs latenza. Un puzzle. Ma noi siamo magi. Esperti di sogni. E di veglie.

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