L’ambasciatrice

dicembre 30, 2014 § Lascia un commento

ranab

I
l’ambasciatrice

Si è aperta la voragine
cambio di fronte.
Tratto con drusi
e dromedari.
Dall’alto occhiuti i droni
*
Bere verde bollente
menta, glucidi alle stelle tra peltro,
vetro – ottone lucente.
Non si sorride. Incrociano i serpenti.
*
Stendo veli
cautela delle postazioni
bandierine- sgraniamo
parole – rumore del mortaio.
*
Funziona – la maschera
del condizionamento.
Tengo duro, sono
femmina
senza tempo di erezione.
*
Sudore, cedimenti
restano nascosti gli obiettivi -liquidi
sono infiltranti
intangibili
custodia degli infranti.
*
Cedono poco a poco
carte conti
profumo intenso
di domino e dominio –
domarli. domani. addomesticarli.
*
Anni prima ho
sgravato, fagotti di
venuzze. Partorisco
anche ora. Che ne sanno.
Resiste chi resiste.
Anche a lato c’è spazio
movimento.
*
Andata. Questa volta.
Niente perdite se non
le programmate- costi
triple colonne
contanti.
*
Acqua – e polvere
un continuo rimpallo.
Il serbatoio svuotato.
Pulire la cloaca.

 

II

l’addetta alle pulizie

Gechi, ramarri, lucertole di lampi
S’accumulano di lato, terra e pietre.
Di fronte il cubo enorme.
La spianata, alle sei del mattino tutto vuoto.
*
Ronzio di condizionamenti. Gomma di scale mobili.
Trabiccolo di secchi, strofinacci. Lucidastracci.
Luride merci.
*
Sali scendi volteggio di acqua, cambia, deodoranti.
Alcool a basso prezzo, Da piccola sua madre usava
Creolina. Varechina. Lillà dolciastro.
Odore vecchio di sangue. Agli scaffali.
*
Vene le varicose. Sciatalgie. Camice e cuffietta.
Reparto alimentari. Biancheria.
Elettronica. Cibi per gatti cani. Auto accessori
Terriccio per giardino. Porcherie.
*
Vigilanti assonnati, caffè alle macchinette
Sciacquo di schiuma, i guanti per mani rovinate
Macchiate, screpolate, mani di vecchia, di vene ri
Gonfie. Gonfie due volte. Finito il primo piano
Poi c’è il secondo. E il terzo. E i gabinetti.
*
Perquisizione. Ogni volta, ogni mattina. Alla fine.
Stupidamente. Potrebbe portare un esplosivo ogni
Alba, kalashnikov e razzi, mortai di morte persino
Ma quelli perquisiscono alla fine. Sciocchi, uomini tristi e sciocchi.
*
Strofinando non pensa. L’unica benedizione.
Occorre far pace col passato. Peccato che costui
Non si rassegni. Sabbia. Un passato di sabbie e
Un languore di fianchi. A volte le manca.
*
La fatica. la schiena e le gambe. Ancora un poco.
Esce. La salutano, lei risponde seria. Sorride poco.
Di fronte gechi e ramarri. La vecchia bicicletta.
Tornare a casa. L’aspetta la bambina.

 

III

la piccola

L’oro di luce nella pioggia tutto un regalo
All’uscita da scuola, ha su il cappuccio del giubbotto
Sua madre è previdente, mantelli e cappucci
Tutto un avvolgi di abbracci sulle spalle

Vorrebbe essere una rana, le scoppia un gran sorriso
Ha lavorato tre giorni sulle rane, foto e disegni
Dai girini alle ninfee, anfibie, animali previdenti
Peccato non abbiano le ali, ma forse sarebbe- è -chiedere troppo

Le ammira, stare dentro e fuori, nascere dalla pioggia
Gracidare, gocce e farfalle da acchiappare
Antichissime esperte d’acque e fondali,
Regali salti di principi nascosti, goduria

Goduria è una parola molto strana, l’ha imparata da poco, suona bene
Sta attenta ai suoni, la musica l’acchiappa, suona quando
Può sullo xilofono del nonno di Josè che è suo vicino
E’ portata, portata ha detto il vecchio

Bella, anche la pioggia, lenta e fine, pioggerella
Che casca sulle auto, ai vetri dei semafori, alle
Colonne dei portoni lava, sua madre benedice sempre l’acqua
Questi non hanno idea della gran grazia

Neppure lei, ha ricordi lontani, di case in semibuio per la frescura
Di nonni e gente che mangia e vocia
Di sfoglie e miele, odore di menta
Colline e polvere, quella sì, ricorda

Colline anche se dicono che là dovrebbe essere il deserto
Sua madre non ne parla, cambia parole
Ticchettano di gocce, si fa ripetere
Goduria, e un po’sorride, impara

Cammina sola, mica vero sua madre la sorveglia
Dal portone, l’ha vista, rallenta per farle dispetto
Pozzanghere da niente, tazze d’acqua tra i basoli
Dei marciapiedi vecchi, neanche c’è l’arcobaleno

Nei cartoni animati, invece, l’arco è perfetto, la vita
È molto strana ma all’angolo del bar è ricomparsa
A ciondolare la rom che ha la sua età, la treccia
Biondo scura, una bellezza, più dell’arcobaleno

Vorrebbe averla lei quella treccia, liscia e lucente, e gli
Strass sulle sneakers e i disegni lillà e dorati della felpa,
Tutta roba usata che è una sfilata, addosso a lei riluce, eleganza indolente
Di chi neanche chiede soldi, glieli danno, ha l’aria di una in esilio

Forse è in esilio, parola che ha imparato, sua madre e lei
Sono in esilio, rifugiate da cosa non lo sa
Non può sapersi, sua madre cambia discorso,
Esilio da una vita ingiusta, malaccorta, questo le ha detto

In quella lingua che è arabo e conserva, con le curve
Indorate di pagine, vertigini – pure se lei no
Non è sunnita, o sciita come altri bambini e occorre evitare gli imam
E certi che si tingono la barba, molti misteri

Di frasi smozzicate e gran silenzi, vorrebbe
Parlare con la rom, capire
Se andare in giro con la felpa sotto
La pioggia è come essere rana, goduria imperiale

Non può, sua madre aspetta, senza dare a vedere
Poi i compiti, coi numeri e i problemi
Che a lei piacciono molto, un filo diritto
Da tirare a capo dentro la testa

Misteri che almeno si risolvono, non come la stella
D’oro che è nascosta dentro il cumino, dietro le
Lenticchie, contro i ladri, forse o forse no,
Ha cinque punte; lei è drusa, ma sa che non può dirlo, spie.

 

IV

la spia

Cinque anni, è un tempo dannato
Un ago dentro un fottuto pagliaio e certo
Liz liz solo tu ci riesci, è essenziale
Trovarla, non fallire

*
Potrebbe essere morta, peggio ancora
Dar caccia a ombre, cadaveri dissolti
Nell’acido, ha già chiesto
A quelli che sono i più bravi o meglio, gli informati

*
Un nome. Una donna e una bambina che ora
Tre più cinque: otto anni
Se è viva non ha lasciato la bambina
Le donne, quelle donne non lo fanno

*
Fare un figlio. Non le è neanche mai passato per la testa.
Troppo lavoro. Un lavoro noioso. Lingue
E computer. Bave, studia bave. Per gente
Più bavosa. Tre o quattro doppifondi, va a sapere.

*
Sta traducendo Rumi. Non che serva.
Cernere le anagrafi di ogni paese europeo
Età: dai 12 ai 6
Se c’è ancora. Se ha scelto Europa e non Maghreb, per esempio.

*
Inversamente proporzionale. Meno tempo, più soldi.
La sua squadra: due analisti e un programmatore.
Fantastico. Lei il capo, quella che dovrebbe aver e le idee.
L’idealista.

*
Sta sul tapis roulant, puzzo di sudore
Cammina cammina le verrà qualche idea
Con chi scopare per esempio
Che ora è un problema. Sei gay, monogama, ascetica?

*
Sono bionda, naturale, un po’ aiutata.
Creme e frutta e verdura e camminate.
Quando può. Manca il sole.
Rumi, notte. Farsi, c’è anche la luna.

*
Cinquecentodiciotto occorrenze. Femmine
Quattro paesi. Allertare i locali.
Aspettare. Credono che sia un lavoro avventuroso
Funzionaria alla Cia. Burocrazia e merda. Merda e burocrazia.

*
Serie televisive, di notte insonnie.
Tutto va a posto, si sgomitola
Nei libri e nelle fiction. Ma nella vita
Non c’è logica durante, solo dopo, le incognite

*
“Potremmo allertare, chiedere, sondare
Abbiamo tanti amici.” Che non servono
Inutile ribattere piste. Cacciatrice.
Lei, Artemide. In agguato.

*
Adesso sono 12, le probabilità
Accerchiare, senza dare nell’occhio.
Nervi a fior di pelle. Gli analisti litigano.
Gli studi sui drusi sono carenti. Teorie di carte. Al solito.

*
Questa dovrebbe essere lei. La foto. E
La foto della madre. O nonna. Indovinelli.
Farle vedere. O no? Merce di scambio.
Muoiono in tanti, ogni dannato giorno.

*
Non hanno spiegato. Solo: Liz Liz trovala.
Perché? Neanche vuol saperlo.
È’ riccia. E guarda la pioggia.
“O amanti, amanti, è tempo di migrare dal mondo”

*
Per una volta no, cambia le foto.
Dirà che non è lei, non l’ha trovata.

 

V

le foto

Guarda, guarda: guardiamo
sul cellulare. La rom ne ha uno. Sono
sotto un portone, la treccia che dondola
seria, ha una voce bassissima

*
Un affare serio. Quest’uomo, lo vedi?
Scattava foto.A tua madre, al semaforo, A te.
Scatto anch’io. Mi ha insegnato mio nonno.
Tu l’hai un nonno?
*
Scuote la testa, s’impigliano i riccioli, corti,
cortissimi, che restano solo gli occhi
non ha treccia né padre né nonno.
Un affare serio. Ma poi l’hai più visto?

*
Ci pensa. Dovrebbe dirlo a sua madre.
Ma è uno sbaglio. Sbagliano tutti.
Cammina dentro il museo. Visita artistica,
Bambini silenzio e ascoltate.

*
La rom mangia del cioccolato. Nel parco c’è una fontana,
dondolano teste di papere, code di pesci.
Riccioli e treccia. Piume.
Potremmo andarcene. Insieme. Fuggire.

*
Non posso lasciare mio nonno.
Non posso lasciare mia madre.
Che farebbero senza di noi?
Ci vedremo? Non sono di qui. Neanche io.

*
Venerdì andiamo a comprare le scarpe.
Stivaletti. Caldi. Fa freddo.
Sua madre cucina una zuppa. L’aiuta.
Piange. Cos’è cos’è mio usignolo.

*
Vorrei essere alta e girare il mondo.
Sorride. Sua madre sorride.
Tu sei alta. E fai girare il mondo.
E la mia povera testa, adorata.

*
All’inizio erano acque e rose
E rane e pagine e musica e strade
e quadri e odori e vite e madri e nonni.
Alla fine, lo stesso. Così dicono i saggi.

*
Bisognerà dirlo. Prima o poi. Se le succede qualcosa.
Ma è un rischio, dirlo. Un pericolo.
Se resta muta, può confondersi con le scale,
le ringhiere, i supermercati e le scuole. Se resta muta.

*
I saggi non sanno. Non tutto, almeno.
Lei era tra i saggi. Non è servito.
Quando hanno tradito lei c’era, lei ha visto,
lei ha le prove. Nascoste. Scappata. Resiste.

*
Davanti al bar ora c’è il vuoto.
La rom è partita. Le ha regalato il cellulare. E’ rotto ma
Ci sono le foto. Di entrambe, insieme. Nel parco.
Quell’uomo poi è sparito. Fantasma. Mai visto.

*
Per anni continua a guardarsi attorno. Sua madre deve star quieta.
Non è che bisogna dir tutto. Segreti Farà, decide, l’ambasciatrice.
Grande è il mondo
E misericordiose tutte le rane.

*
Ah potesse, potesse un orecchio mostrarsi
capace d’intendere dei nostri uccelli il linguaggio!*

 

 

 

*i versi in corsivo sono di Jalāl al-Dīn Rūm

 

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