Un monumento ai caduti in piedi: La deriva del continente

dicembre 8, 2014 § Lascia un commento

 

 

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di Roberto R. Corsi

Immersi tra le troppe antologie poetiche che si svolgono a “tema libero” oppure a “tema monolemmatico” senza alcun coordinamento tra i partecipanti, è bello trovare tra le uscite recenti questo esperimento espressivo a più mani ove (lo leggo in uno status di Francesca Genti) il progetto si è composto con un febbrile lavoro e un continuo confronto in fieri tra le sette voci che lo hanno animato. Si tratta de La deriva del continente, per i tipi di TransEuropa: un libro uscito a ridosso delle elezioni europee 2014 ma quasi a controcanto di esse, dato che si propone di analizzare con le lenti della scrittura un’identità europea (o meglio, la sua disgregazione) che tutto è meno che politica. Le grandezze pulsanti nel testo sono una realtà istintiva e psicopatologica soggettiva (sviscerate soprattutto dalla penna di Consorti e Genti), una realtà storica che emerge da vicende puntuali o scacchi diuturni, come la strage di Tolosa o l’operazione Frontex (realtà storica che è anche vissuto individuale, incrociandosi col trio deuteragonista “Mario, ragazza olandese, Omar”); ma soprattutto una criticità economica che mi sembra preponderante perché nella lunga distanza del libro essa assorbe le altre quasi in un blocco vischioso.
Le stesse nervature della storia del protagonista Paterson sono più definite e dense all’inizio, grazie soprattutto all’apporto dei poeti Marco Mantello (anche curatore e postfatore) e Simone Consorti; Paterson è una specie di Proteo che viaggia nel tempo mutando continuamente forme, carriera, preferenze sessuali, opinioni e ambizioni; ma viaggia nel tempo “a frammentazione”, cioè non come una lineare Elina Makropulos bensì saltando avanti e indietro, dunque diacronicamente disgregato anche lui come la sua Europa. Paterson: cognome diffusissimo quindi “uomo qualunque”, con una possibile suggestione Pater-son, padre-figlio, che potrebbe insinuare una scissione anch’essa economica-sociale tra il mondo offerto alle generazioni passate e a quelle correnti.
L’apporto dei sette autori, ciascuno con la sua cifra (dalla prosa tout court di Albert Samson, a varie declinazioni poetiche, con attenzione quando all’estensione “americana” del verso di Elisa Davoglio e nella sua parte migliore di Viola Amarelli, quando alla musicalità tradizionale e alla semplicità di vocabolario di una Genti, quando alla stoccata epigrammatica della chiusa di Consorti), è sempre significativo. Ma è proprio nella seconda metà ideale del libro, annichilente le pieghe di un vissuto che è non solo individuale ma anche continentale, che spiccano lo splendido cantabile di Viola AmarelliPaterson, 63 anni, Praga, uno scriba qualunque: verso lunghissimo, quasi un piano sequenza praghese à la Anghelopulos –  e il ciclo di liriche di Gabriel Del Sarto.
Praga è per certi versi un esempio di autodifesa economica dall’Europa: chi l’ha visitata – io la scorsa Pasqua, e vi dedico tra tante belle foto una immagine globalizzante e svilente che penso in accordo con quanto Viola vuole comunicare – sa che nonostante sia in corso solo la corona ceca (si oscilla dalle 25 alle 29 contro 1€) l’Euro è ampiamente accettato brevi manu (ma con cambio salato) nel ventre turistico della città; non così nel hinterland e nelle piccole città della cintura, a qualche decina di chilometri da Hlavní nádraží, in cui vivono molti residenti ma anche parecchie persone a vocazione rurale che in città manco ci vanno. Il doppio regime de facto permette di assorbire in ambiente turistico la moneta solida portata dai turisti (e lucrarci un bel po’ sopra) ma anche di garantire con una divisa più debole, quindi con un regime di stabilità meno rigoroso e condizioni bancarie che credo più favorevoli per il credito e il risparmio, l’economia locale e appunto rurale ed artigiana che verrebbe strangolata dalla troppa austerity.
Ma per quel che ci riguarda qui da vicino, Praga è soprattutto una città a forte richiamo, sia turistico-personale che imprenditoriale (la tassazione standard sulle imprese in Cekia è del 19%), una città in cui il nostro protagonista può saggiare con noi il polso di questa morte culturale e identitaria europea, in cui il primato etico-epistemologico dell’ombelico Europa si annulla plasticamente nel melting pot della dozzinale Venceslao; Praga in cui confluiscono guglie di cartapesta, griffes e brand della globalizzazione, turismi BRIC, incorporazioni societarie quasi alchemiche, reminiscenze del mito reaganiano della bella femmina dell’est “vai lì con le calze di seta e te la fai” (perduto: «sparite le splendide ragazze, tutte appaiate a ricchi»).
Tutto questo ribolle nel calderone della verve di Amarelli che ci fa osservare una vera deriva. Una sconfitta netta, bilaterale, ma ovattata e asettica:

la riconosce/ la puzza che ormai riguarda lui, riguarda il mondo,/ la colpa è sua, che è un tarlo che ritorna/ ha perso, glielo dicono coi Suv e i cachemire e i bodyguard, tutto un  inchino,  attento con chi e dove (…) la colpa è sua, se lo ripete in giro a Nova Mesta, con il piumino griffato.

le ridono gli occhi allora ci conosce, sì vi conosco/ ma non serve a niente, ho pochi soldi e troppi anni, auguri, la ragazza ora ride argentina/ ma io sono la maitre, che ha capito, mi scusi la stanchezza e questo gelo// “Jana, tutto a posto puoi andare”.  “ Ok a domani, lei è molto pallido, riposi”, lo guarda sorridente./ Ancora c’è qualcuno che sorride, Paterson chiude gli occhi, la colpa è sua/ non le ha salvate, ecco/ le ha perdute.

Nella prova di Del Sarto invece si avverte una preponderanza di marmoreo e bianco, che è anche – per sinonimi ed estensione – “lapideo” e morte, con una polvere che pervade l’ambiente della narrazione poetica e sembra promanare dallo sbriciolamento della stessa architettura di una “company” (Marble Consulting Ltd.) che prima di tutto spira odore di scatola cinese e/o bolla speculativa. Ciò anche attraverso la non inusuale (ma qui sapiente) attenzione verso immagini caricaturali di un mondo aziendale che pretende di sostituirsi a quello reale:

Conosco le procedure certificate, il canto sommesso
della segretaria, l’assenso controllato del vice
quando assumo la posizione di chi sa
quale forza abiti il dettaglio. Sono tutte frazioni
di un senso i miei gesti, atomi radioattivi
che esploderanno
quando avrò lasciato questi uffici e la loro polvere bianca,
quando sentirà da altri altre domande,
i database, le ansie
acide del salmone stremato nel fiume selvaggio.

Così, mentre lo guardo, penso a niente e alle fronde
degli alberi sul vialetto di ingresso,
alla tua voce lontana
che forse ancora esiste mentre continuo a danzare
lieve fra i commerci, estero su estero.

Questi a mio avviso gli snodi più felici dell’epos. Che non è di lettura semplicissima (forse la postfazione di Mantello – che potete leggere qui assieme ad altri estratti – sarebbe tornata più utile come prefazione)  né perfettamente omogeneo quanto a risultati o polifonia delle voci, ma può contare sempre su apporti molto meditati da parte del collettivo dei suoi Autori. Cito una dietro l’altra alcune mie sottolineature:

L´Europa era sparita nelle corolle/ separata da Paterson e dai suoi eredi./ L´Europa aveva assunto le forme/ di un monumento ai caduti in piedi (Mantello).
Non ho segni che dimostrino/ che ho vissuto che ho creduto o combattuto/ Come te come tutti/ anch’io ho solo foto (Consorti).
Paterson pensa: da qualche parte deve pur esserci il riciclo delle nostre vite. Più in là di un pentimento, deve esistere un luogo dove ricompaiono le cose e i loro valori divorati su carta (Davoglio).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta/ della doppietta Ciocorì più Atari  (Genti).
Intanto m’impegnavo a fare come faceva la maggior parte della gente, andare al mercato, allo stadio come all’università, al mare o in montagna, tutti più o meno lo stesso giorno nello stesso momento. Provavo una piccola segreta gioia nell’intasamento e nelle file più ordinarie, nelle cerimonie, nei concorsi, nei risultati e nelle frasi trite: provavo un’infima gioia in questi abbozzi di comunismo, reale (…) NOI avremmo potuto cambiare il mondo in qualsiasi modo anche con un soffio, ma finimmo troppo distratti, troppo vaghi, o pigri, non ricordo (Samson).

Queste mie annotazioni, accorpate insieme, mostrano come la deriva continentale intesa come processo economico garrotante il nostro macro-micro-cosmo non prescinda dalla responsabilità dell’individuo: non a caso Mantello sottolinea nella postfazione come Schuld in tedesco indichi sia “colpa” che “debito”. La colpa d’ignavia, di essere rimasti tante monadi, di non esserci “stretti a coorte” ma solo nell’adulazione di politici incapaci o interessati, lasciando i nostri comunismi liceali o post-liceali lettera morta dinanzi alla sicurezza degli oggetti? La questione è aperta, anche se personalmente propendo per una lotta ergonomicamente impari tra possibilità dell’individuo anche collettivo (tra l’altro sbalzato ex abrupto, senza una soluzione di continuità che potesse essere foriera di riflessioni, dai suoi sogni di realizzo facile durante la bolla della new economy, ricordate la nonnetta che telefonava al broker perché vuless’ accattar’ ‘a vitamin’ [azioni Vitaminic]?, verso un futuro in cui il dies a quo della ripresa viene spostato di anno in anno come avvento di un tartaro buzzatiano) e drammaticità dei tempi (che purtroppo determinano anche una fisiologica ricattabilità, dunque uno scarso potenziale iconoclasta, dello stesso individuo). Intanto andiamo alla deriva, né noi né i nostri rappresentanti siamo in grado di opporre una visione umanistica europea (Habermas, citato in apertura del volume) all’egemonia dei numeri, a un futuro di homo sempre più webernianente oeconomicus o sempre più marxianamente de-formato anche nel suo intimo dai rapporti di produzione (a voi la scelta). L’esergo di Habermas suona amaramente ironico nella sua essenza proprio come la circostanza dell’uscita del libro con una tornata elettorale con la quale non riusciamo a identificarci. A contraltare di ogni neoumanesimo e a sigillo del fil rouge plutocratico, La deriva si chiude con la plastica notizia della (s)vendita a saldo 75% della targa metallica della Lehman Brothers nel 2013, “ammonendo” con Davoglio che “moneta” ha giustappunto quell’etimo lì. E che dunque non può prescindere da una “parità aurea” non tanto col nobile metallo in questione, ma col rapporto tra noi e le «cose che nascono dalla terra».

Un libro che richiede concentrazione, di buona consistenza poetica, sul quale innestare una miriade di pensieri.

La pagina del libro sul sito dell’Editore.

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