Avremo cura – Gianni Montieri

ottobre 11, 2014 § 2 commenti

gianni

“Avremo cura” recita il titolo di questa seconda raccolta di Gianni Montieri (Zonacontemporanea, 2014), indicando già uno dei temi dominanti nei testi, gli affetti, che si dipanano progressivamente lungo tutto il corso del libro, quasi a salvacondotto e tenda di un nomadismo al tempo stesso voluto e subìto.

Le due sezioni del libro – rispettivamente “avremo cura” e “ (sud) in caso di morte” – sono le due stazioni del viaggio di Montieri, un’andata e un ritorno, come precisato nelle note finali dell’autore, a delineare sfaccettature di uno spazio-tempo tanto più sospeso quanto più apparentemente narrato.

L’andata coincide con la scoperta di un Nord come patria adottiva, dove Milano nei suoi aspetti più novecenteschi e/o crepuscolari (Si davano baci lunghi in bianco e nero…; falci e martelli che nemmeno a Sesto; insieme a un tizio in bicicletta rossa/al fiume appena scuro, all’umidità) sembra offrire un argine ordinato al caos del mondo, quasi un mandala tra Pagliarani e Giudici: Infine furono le case di ringhiera/La ragazza Carla, l’ordine di Giudici/tutto trovava il proprio posto//un cortile rettangolare /a chiudere il cerchio.

I viaggi restano comunque motivo e motore conduttore della raccolta (all’andata le stazioni sono belle/ al ritorno soltanto panchine vuote/gente di schiena), sia pure per ragioni sentimentali, con lo stupore di una terraferma lagunare, tra Venezia e Marghera, quasi sempre ripresa in un surreale ralenti notturno e le vacanze che mescolano la meraviglia dello star insieme con la cruda bellezza dei sud del mondo (città infinite –una dentro l’altra -/ e una più sottile di candele accese/ rosario che divide la vita dalla morte).

In questa struttura da idillio leopardiano arriva tuttavia sempre dolente la ferita della violenza, con le notizie sui conflitti e gli attentati che mostrano l’inanità del nostro viver quotidiano, la vera sconfitta occidentale, in accenti civili che rinviano sottilmente a Nelo Risi (il morto avrà avuto vent’anni/io ne ho quaranta, mi preparo la tisana/punto la sveglia).

E’ nel ritorno al sud natìo che la scrittura di Montieri vira a tonalità di secca elegia, con una carrellata di crude istantanee in bianconero, svelando appieno la funzione mnestica – già in controluce nella prima sezione – assegnata alla parola. Tuttavia se la sospensione del tempo indotta dal ricordare ha nell’andata una valenza salvifica (…il tempo tolto all’amico perduto/l’amore (questa parola e non un’altra)/ salvo, già salvato, ancora da salvare.), in (Sud ) in caso di morte la raggela in un immutato e forse immutabile silenzio da bombardamento.

Il nero seppia degli omicidi camorristici, delle morti da degrado ambientale (non dimenticando che la rievocata Giugliano è uno degli epicentri della ‘terra dei fuochi’), degli stessi lutti familiari si intride nei tratti arcaici di una cultura millenaria (Le vecchie sedute fuori dai cortili/…..tessevano ricami delicati, uncinetti/uccidevano una donna in tre parole; Le zitelle, soprattutto, le vestivano/le sete del corredo, i pizzi ricamati a mano/venivano sepolte in ogni caso).

Circola in questa memoria claustrofobica soprattutto un senso di collettiva colpevolezza da ignavia: Non pensare che fosse indifferenza/la nostra piuttosto un modo di vivere è decisamente una litote, come se la sopravvivenza, affidata forzosamente a un’omertà ambientale, in un’infanzia e gioventù di palloni e motorini senza casco fosse una vergogna nei confronti dei morti (Io morivo, naturalmente/fingendo fosse sacrificio/ma se si muore è per pigrizia/per omessa volontà/ si muore per cazzeggio). Anche qui, sono gli affetti a segnare il controcanto di Montieri: un nipotino che canta una canzone, una nonna (Lei era di un altro sud/sorrideva, non moriva), la dignità di un padre che differenzia la raccolta, gesti minimali che pure riescono a dar senso a una comunità umana.

Nel suo dettato piano, nel lessico che si affida a un parlato peraltro mai colloquiale, nella prosodia affidata alla prevalenza di endecasillabi, Montieri conferma anche sul piano formale la sua consapevole derivazione dal classicismo lirico moderno, con una decisa eredità da un’amata linea lombarda e da un meridionalismo in cui risuonano echi di un De Libero, filtrati tuttavia dall’inclinazione verso un’elegia oggettiva alla Italo Testa o verso talune prove di Andrea Inglese: ‘più di tutte mi piace//la parola ghiaccio, secca la gola’.

Se la metafora del viaggio su cui si regge la struttura, ben consolidata, del libro ne cala la sostanza in una contemporaneità ‘disagiata’, la parola ne consente una parvenza di ordine, e di mappa, “uno scampo temporaneo alla morte”.

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da “avremo cura”

Guardi Marghera da un treno
la luce cambia con le stagioni
da buio a chiaro, da chiaro a buio
agli occhi che vengono dal sonno
non sembra vera, ferro sull’acqua
diresti un posto dove non si muore
un posto da fotografia, da poesia.

***
Tutto quello che ti è cucito sul cuore
tutto il metallo, il ferro arrugginito
il ricamo irregolare lungo il tessuto
del muscolo, tutti i vestiti raccolti
in fondo all’armadio, i medicinali
scaduti, il cappello che hai regalato
a tuo padre, l’inutilità perpetua
di un ottavo di Coppa Italia, i quattro
quarti musicali che non hai mai capito
il tempo tolto all’amico perduto
l’amore (questa parola e non un’altra)
salvo, già salvato, ancora da salvare.

da “(sud)in caso di morte”

VIII
Oppure giocando a pallone
la tecnica del battimuro
già da piccoli aspettavamo
che capitasse qualcosa
che mai capitava.

***
XIII
Era distrazione, adesso che ci penso
salutare quelli che erano del giro
i mezzi camorristi, i mariuoli
per tranquillità: stringevamo mani.
Eppure sarebbe stata meraviglia
con cura prendere la mira
sputare loro in mezzo agli occhi.

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