La disarmata

ottobre 8, 2014 § 2 commenti

copertina(1)

E’ uscito per CFR il poemetto “La disarmata” , cinque napolitudini di Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Immo

di seguito  la nota degli autori e alcuni testi

Nota degli autori

Cinque napolitudini, nate da un incontro fisico di voci e amicizie durante un reading di autori tutti di origine partenopea – pur se in maggioranza migranti – s’incrociano in questo libro che affronta un percorso anch’esso fisico, sonoro e mentale, nel topos “napoli”, scontando l’ingombro di passato e di oleografia che inevitabilmente l’accompagna.

Il petit grand tour di avvio affida a dieci scrittori americani dieci cartoline dei punti maggiormente presenti nell’immaginario e nella vita cittadina, declinate secondo le rispettive sensibilità nella diagonale di sbieco letteraria, che da sempre traversa, perigliosamente inclinata, l’esuberanza napoletana. Ne deriva di seguito un illogico discorso sulle “rettoriche”, antropologiche e politiche, che tambureggiano nei millenni la Campania infelix, variando nelle diverse bolle spazio-temporali solo le forme, maschere teatrali su un fondale di sfregiata cavità.

La concretezza di uno stradario diventa emblema di logos insieme percettivo e filosofico, specchio di un barocco secco e orfico che dilata come in un microscopio le solitudini e le emozioni umane lungo le vie antiche o fintamente ipermoderne di una città che acquista toni metafisici, sino ad addentrarsi con uno zoom nella zona orientale, storico insediamento di un proletariato industriale spazzato via dalle logiche post-moderne che inverano nella fagocitazione del territorio quasi un averno ormai sin troppo noto.

Nel labirinto delle latitudini la geografia finale si curva nell’invettiva pop e amarissima, dove traspare, nel gioco del trash, feticcio contemporaneo, una tensione etica tenace specie se sconfitta come accade in questo cerchio volutamente aperto dove Napoli si amplia a Italia, povere patrie, senza armi né più terra né pensiero. Resistere non servirà a niente, ma francamente altro non c’è dato.

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testi

 

Raymond Carver a San Martino

(Gianni Montieri da  ‘Turisti americani’)

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

rettoriche

(Viola Amarelli da ‘rettoriche’)

la porosa la cava la tufacea
la violata la commediante la mariuola
la cruda
la greca la sveva l’angioina l’aragonese la spagnola la mericana
la maledetta la divoratrice l’ossimora
la melodiosa la felix l’oncogena la miserrima
la magnamagna l’affamata l’anomia l’armoniosa la caotica
la voce la panza gli intestina l’interstizia l’amara
la sanguinaria o filo d’o fummo d’a munnezza l’abbandonata
la sacra la nascosta la divorata l’aperta
la folle l’affollata la plebaglia l’acchiappa acchiappa la tragica la
[ lagrimosa la medusa muta
a’ chiatta la cadente l’imbrogliona l’affaticata la scheletrita la
[ schiattigliosa l’accidiosa
la cannibale la spaccata la lieve l’ironica la maschera l’iconica
[ l’anacoluta
la splendente la violenta la disamata
l’anima nera l’anima azzurrata.

la grande. madre.

 
Centro Direzionale

(Francesco Filia da ‘Stradario’)

L’incrocio è deserto e risuona d’acquisti e affari lontani
di strette di mano e squilli continui. Guardare dal riflesso
di un finestrino in corsa il graffio dei grattacieli
che emerge da paludi, dal ventre cavo di questa terra spergiura.
Restare nel deserto di sottosuoli e parcheggi, nel cuore
di una minaccia nel fiotto di sangue che pulsa nelle tempie
nel brusio di fondo nel confondersi di palazzi
e riverberi di lamiere nell’eco di piazze aperte all’infinito.
Abbiamo bruciato i materassi che ci hanno visto dormire
smontato i mobili che riempivano i vuoti delle nostre stanze
lasciando che marcissero tra topi e barboni tra disperazione
e le nostre migliori intenzioni. In questo vuoto di strisce blu
e chiazze d’olio non distingueremo tra dolore e dolore tra amore
e amore tra un urlo e la più nuda delle invocazioni. Ridurremo
i nostri giorni a un esodo tra un portone e l’altro tra un cortile
e il suo sgomento.

 

Lago Patria

(Vincenzo Frungillo da ‘zona est’)

La verità è venuta da un pescatore di frodo
che prendeva a sassate la superficie di un lago
bastava guardarlo per capire cosa sarebbe stato
del resto dell’anno, poco mistero, solo l’inganno

di briciole di pane e quel Pietro
che praticava il doppio mestiere
di pescatore e fondatore di chiese,
un moderno imprenditore che faceva fruttare le sue pietre.

È stato in quello stesso giorno
che per la mancanza d’ossigeno, o per un miracolo,
i cadaveri dei pesci sono venuti a galla.
“Non prendetene neanche una lisca.” La radio raccomandava:

“L’acqua potrebbe essere avvelenata.”
La superficie era immobile,
bianca ed immacolata.
L’operaio alla guida della sua utilitaria

saltava la premessa della fine annunciata:
“Noi non mangeremo il frutto del sangue versato.”
Mentre gli altri divoravano il pescato,
la moglie improvvisava un funerale,

circondava l’ansa con le pietre
e ricopriva tutto con il sale.
Gli anni a venire, sul lago Patria,
ha dominato un’insolita pace,

come un costante annuncio di battaglia.
Poco importava a chi anticipava alla fede l’ultima mossa.
Pietro ha intascato la pesca di una vita
ed il resto avrebbe spiegato la storia dei senza Storia.

 

anti italian restaurant

(Immo da ‘ci stanno un napoletano un napoletano e un napoletano, ovvero: 8 poesie ma 9 pagine (come higuain) sul significante NAPOL’)

la mattina da mcdonald io prendo caffè lungo
in tazza grande macchiato poi o il cornetto o la torta
sia della nonna o foresta nera: è bellissimo perché siamo solo io
e gli extracomunitari non essendoci né italiani di merda
né romani di merda: è una atmosfera europea
ma no quella cacata di europa di oggi
ma la vecchia europa dei duran duran
la vecchia europa di milano e di derrick per capirci

poi però questo sogno purtroppo finisce e appena esco
cambia tutto e ci sono un sacco di italiani di romani
e addirittura anche molti calabresi e napoletani
(anche se loro soprattutto vanno nei bar di quei sottosviluppati come loro
non capendo la grandezza di mcdonald)
e tra l’altro questo è il mio preferito
perché invece i lavoratori sono tutti italiani
e infatti questo mcdonald funziona malissimo

ma io e gli altri stranieri siamo contenti dentro
di sfruttare quei maledetti italiani

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