La deriva del continente

settembre 15, 2014 § Lascia un commento

deriva

Venerdì 19 settembre, ore 15,30 La Libreria della Poesia, via Torricella, Pordenone presentazione di “La deriva del continente” nell’ambto di “Pordenonelegge”

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A ridosso delle elezioni europee, sette affermati poeti i costruiscono la biografia multipla di un personaggio europeo liquido come la nostra epoca: viaggia dentro e fuori se stesso, e cambia età, paese di origine, lavoro. Ama uomini e donne, fa vacanze agostane in Grecia, verso i quarant’anni viene licenziato dalla Lehamnn brothers a Londra. Si ricicla come fotografo ai tempi della strage di Tolosa, a diciannove anni è in una capitale europea qualsiasi, per un addio al celibato dalla provincia. In età senile finisce a Praga, assieme ai nuovi gerarchi dell’Est. Ama le piante Paterson, i microcosmi, e si sente imprigionato nelle immagini di donne bellissime, che non è riuscito a salvare.

 

 

……….

Paterson, 63 anni, Praga,
uno scriba qualunque

Anche a gennaio che è 10 sottozero e il colbacco comprato nella puszta l’estate scorsa, giro magiaro per clienti farlocchi, sporca di feltro
il feltro dei capelli,
anche a gennaio brulicano turisti tra Stare Mesto Ponte Carlo e il Castello,
russi e nipponici, no, sudcoreani, decifra la bandiera della guida
vecchi in pensione, zombie ridenti per vacanze low cost, la riconosce
la puzza che ormai riguarda lui, riguarda il mondo,

la colpa è sua, che è un tarlo che ritorna,
ha perso, glielo dicono coi Suv e i cachemire e i bodyguard, tutto un inchino, attento con chi e dove, che ne sai, attento
a.d. di una ltd lussemburghese,
per poco ancora, tra poco giù in Moldavia, i referenti, compra e vendi venduto
a poco prezzo dove e come

Jana, eccolo il nome, mai avuta più una donna così bella, e serena, due giorni in un ostello a Kutnà Hora, musicassette e canne, gratis la vita, non era vero- era – è vero

sparite le splendide ragazze, tutte appaiate a ricchi

uno scriba qualunque, un lacchè perso per qualche briciola
dietro a mercenari – orde, invasori
steppe asie centrali, la storia si ripete, vassalli e valvassori
pochi eletti, il resto, il grosso, fila di formiche girone di straccioni
con qualche illusionista, lui compreso

la colpa è sua, se lo ripete in giro a Nova Mesta, con il piumino griffato

il piumino griffato che resiste, ancora un paio d’inverni, ghiacciano il fiume, il fiato
le vene, le notti nei vichi medievali, brividi senza più fantasmi,
strati d’ombre e mattoni,
aria,
il pranzo di lavoro ora finito,
i soldi scorrono, sempre più lontani,
gas rosso di sangue, scie di suo, spiega, spiega piano, coi grafici e i contratti standard dentro il tablet,

è tutto standard, attento a non sapere, lui è consulente, ancora e sempre, soldi che scorrono, flussi nei fiumi solo nervi slavati, mica ti uccidono ormai, guerre sciapite
ti avvelenano, asfissiano, mutano geni alchemici, boemi

quand’era stato perché e come lui che voleva solo insegnare in qualche scuola
come il nonno e gli zii, e invece il gorgo, gli alberghi, le convention, le grosse
cilindrate, tutto spesato, la casa di campagna, viaggi e teatri, rari.
ogni notte agli schermi, a elaborare, chief manager intanto che sua moglie
divorziava, la figlia gli cresceva di lontano

il Grande Gioco, questo era stato. Trovarsi al centro del potere, dietro le quinte
a orchestrare sigle, Fra-Irs-Cdo-CS, e i modelli trasmutati a ore, moloch il mercato,
pietra filosofale, certo ma a lui poco importava
era l’adrenalina di riunioni, il chi arriva prima, fottere gli altri,
il Grande Gioco, il potere, esser bravo, fin quando grazie tanto
tutto finito

la Boemia è sul mare canticchiava Jana, se lo ripete
felice che l’appuntamento per cena sia saltato
e finalmente se ne può stare da solo, benedetto rinvio, tra un mese, si figuri
tanto il grosso l’ha fatto, spiegare spiega bene
consiglia, private banking, niente progetti, niente società
troppo rischioso, un chierico vagante
un servo della gleba come tanti, un po’più utile di altri finché dura

la Boemia è sul mare, insisteva Jana, ridendo sul barcone
torna a piedi, scintillano caffè e birrerie, è ancora giorno, la vecchia sotto la
metropolitana vicino alla bocca d’aria calda ha in mano spartiti musicali,
non chiede niente, il cappotto di anni migliori, i guanti di lana già infeltrita
una che ha perso e tace, un’altra delle bolle temporali, le riconosce, un altro film
miseria con tristezza, si gira indietro ritorna sui suoi passi con una banconota che lei accetta
lui accetta uno spartito, Bach c’è scritto, le dita dell’artrite, suonava Bach, sicuro suonano tutti
qui, il freddo sulle labbra, la fuga, le formiche in giardino sotto la zappa, scompiglia, così sono lui la vecchia, lemming tutti intorno, lemming sfiniti

così fan tutti, l’euforia incazzata, così fan tutti

la fuga dagli errori – è colpa sua anche, farsi accecare
come uno sciocco, come un bue ubbidiente senza mitezza senza compassione
farsi fesso da solo, il grande abbaglio, gli manca il fiato, squilla il cellulare

la figlia che chiama dal lavoro, anni costosi nel college storia dell’arte e ora
aiuto maitre nel locale a due di stelle, scomparse in cielo
le stelle le frullano alle guide, e le piace, le piace, una servetta, presa e compresa dal suo importante ruolo stai bene, le pillole, fa freddo, comprami due calici da vino, cristallo liscio e trasparente ghiaccio, un regalo per Jack,
ora è anche incinta, di un giamaicano, stilista, bel ragazzo- almeno, sto bene sto bene ritorno
qui gelo secco, come i Martini – che non s’usano più, non s’usa niente, non serve niente, dateci un po’ d’acqua

torno, tranquilla, sì dai torno presto, no Praga è sempre elegante, le guglie da fondale
cartapesta continuano a invaderti il respiro, pure ti prendono, immote, ferme, il ricordo
sta diventando, è diventato, vecchio, consolante, ma tu tutto normale, vero? certo

il posto che più odia, San Venceslao, lo slum all’aperto, tossici e barboni, negozi a cianfrusaglie impolverate, sguardi di sbieco, stringe la portadocumenti, aumenta il freddo nella spiana ottocento
plumbea di sporco, strati di velame, lanterne magiche per eroi appassiti, torna, torna in albergo, troppo freddo, annotta e scura di colpo, senza certezza, le ombre si affrettano pietose

le pietre vecchie, il caravanserraglio, il cortile i negozi con l’albergo, si rifugia
nell’ abbaino da extra lusso in legno con l’angelo che gli entra al lucernario,
l’angelo di stucco ancora chiaro rovina sorridente nella stanza dalla facciata della chiesa stretta in un abbraccio dentro quel palazzo, si ferma un attimo, leva le scarpe, prepara i documenti, accende il tablet, scorre i nuovi grafici, tutto
uno schifo, ormai tutto rovina
non ha mangiato, è ancora pieno, giorni e giorni di abbuffate e non poter dire no, meglio saltare, il lusso di potere non mangiare, chissà la vecchia stasera se ha la cena, l’acqua finita scende
giù nel gelo tappezzeria velluto d’anticaglie, con la ragazza ferma
esile e alta, bruna, brucia intorno l’aria, le regole del gioco, le offre da bere, c’è ancora il bar aperto mogano scuro finto, lo conosce, vuole un ginepro,? le ridono gli occhi allora ci conosce, sì vi conosco ma non serve a niente, ho pochi soldi e troppi anni, auguri, la ragazza ora ride argentina
ma io sono la maitre, che ha capito, mi scusi la stanchezza e questo gelo

“Jana, tutto a posto puoi andare”. “ Ok a domani, lei è molto pallido, riposi”, lo guarda sorridente.
Ancora c’è qualcuno che sorride, Paterson chiude gli occhi, la colpa è sua
non le ha salvate, ecco
le ha perdute.

 

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