Su “cordature” di Daniele Bellomi

agosto 11, 2014 § 3 commenti

bellomi

“la smania non si accoglie” (pag. 78), “recita” quasi antifrasticamente Daniele Bellomi in una raccolta antologica on line (cordature, http://www.diaforia.org/floema/2014/08/05/cordature-daniele-bellomi/)  che da una poderosa coesione formale e da una indiscutibile abilità tecnica ricava i suoi punti di forza.

Poesia concettuosa e ipermetrica, che “narra” – non narrando – l’incertezza epistemologica, l’impossibilità di attingere un senso dal dato percepito necessariamente solo a frammenti, per la presenza di un osservatore, negato e negletto, sconfitto al fondo, che della dotazione sensoriale sconta materia, struttura e limite in un’accurata notazione anatomica e ambiguamente tecnologica.

La tensione all’ordine, alla restituzione del senso è palese ed evidente, affidata alla struttura bianconera dello spazio del testo (e si veda la finale nota di poetica) e pur tuttavia continuamente beffata dall’inerziale fluire del dato percettivo che in maniera claustrofobica riafferma il caos, il trauma della trama.

Scomparso, a priori, il soggetto, anche l’oggetto si dà assente, restando solo l’accumulo di paronomasie, il profluvio di stent, shifting, taser, strumentazioni panottiche e simbolismi ermetici che replicano la bulimia mediatica- informativa priva di ogni presa euristica, un tritatutto moloch di cui noi-loro-voi si è parte e prigione. In uno scacco, recitava un’opera di Francesco Leonetti. In questa maceria tecno-cosmica, dove la stessa luce assume valenze ambigue, la dimensione antropologica è da un pezzo scomparsa, cosa affiora è da scoprire. Forse di questo compito politico Bellomi è cantore ma lo è ancora per mimesi, in una scrittura volutamente di eccesso “logoico” che satura- sin troppo? – il lettore.

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§ 3 risposte a Su “cordature” di Daniele Bellomi

  • Daniele Bellomi ha detto:

    grazie per l’attenzione, Viola. un paio di cose soltanto. non vorrei che l’antologia fosse scambiata per una prova tecnica e/o muscolare. probabilmente è anche la selezione ad enfatizzare, di quanto scritto, gli aspetti che rischiano di saturare lo spazio del ragionamento.
    in più, temo sia la visione stessa ad essere bulimica, non tanto la teoria: la differenza sta nel decidere di farne uno strumento consolatorio (cosa che non mi piace, e non voglio), oppure usarla per misurare i detriti, le macerie di ciò che resta.
    per finire: non esiste una posizione di scrittura univoca e bastevole a se stessa, quando la posizione è uno strumento di comodo per non interrogarsi più. ultimo: non prendetemi troppo sul serio, davvero. sono ancora piuttosto convinto del fatto che, oggigiorno, chi si ritiene deciso e decisivo prima dei trent’anni (di attività) è molto probabile sia un fesso.

  • viomarelli ha detto:

    condivido che l’effetto “saturazione” sia una possibile conseguenza della forma-antologia e che la bulimia sia in res, ahimé…)); devo dire che emerge chiaramente comunque da questi testi che perimetrare le macerie – compito peraltro necessario – non è più sufficiente…ed è la nota che più mi convince …)); l’orientamento di tentar almeno di far cose “decenti” in senso wittgenteiniano è l’unica postura ammissibile di questi tempi ( e spazi), auguri Daniele

  • Lorenzo Mari ha detto:

    Come non apprezzare il vostro confronto aperto e senza sconti tra “visioni” e prospettive? Personalmente, più che ragionamenti su antologie e anni di attività, mi piace entrare nel merito e quindi cito i vostri passaggi che hanno acceso subito la mia attenzione:

    – Viola: “Scomparso, a priori, il soggetto, anche l’oggetto si dà assente, restando solo l’accumulo di paronomasie, il profluvio di stent, shifting, taser, strumentazioni panottiche e simbolismi ermetici che replicano la bulimia mediatica- informativa priva di ogni presa euristica, un tritatutto moloch di cui noi-loro-voi si è parte e prigione. In uno scacco, recitava un’opera di Francesco Leonetti. ”

    – Daniele:: “in più, temo sia la visione stessa ad essere bulimica, non tanto la teoria: la differenza sta nel decidere di farne uno strumento consolatorio (cosa che non mi piace, e non voglio), oppure usarla per misurare i detriti, le macerie di ciò che resta”

    Detto questo, anche l’ “eccesso logoico”, condotto in voce (ex) media e apparentemente opaca, mi interessa molto, ma sono lontano dal poter proporre una valutazione. A volte, come nel caso della poesia di Bellomi, lo ritengo molto meno mimetico (rispetto a un discorso critico, in primis) rispetto ad altri autori, che hanno apparentemente elaborato una strategia linguistica e formale per uscire dalla mimesi (e invece ricadono nel tranello di inseguire la critica sul suo stesso terreno). In Bellomi c’è poco “fumo negli occhi”, da questo punto di vista, o almeno così mi pare.

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