Core – Maria Valente

maggio 21, 2014 § Lascia un commento

 

Ci sono persone che mi porto dentro
come un gheriglio attorcigliate al cuore,
chiuse in un guscio rotto di memorie
e ogni tanto mi fermo ad osservarle:
le nozze che si alternano alle esequie,
le marce ai requiem
-anche la pioggia fa parte del paesaggio-
e oscilla l’altalena su questo nostro
essere solo di passaggio.

Coi moncherini di parole
oggi ho intrecciato un amuleto
fatto di cantilene spelacchiate,
coi nomi incisi a lettere
di verderame nelle cortecce
coi cuori trafitti di m’ama
non m’ama non m’ama e
Je t’aime plus qu’hier moins que demain
per quel mistero sul sorriso dei parnassi.

Del tuo sorriso ai bordi del quadrifoglio
ho fatto un presepe vivente
e l’ho messo accanto alla Madonna
con le ciliegie di Antonello,
alla Madonna col cardellino di Raffaello:
quello che toglierà via le spine
dalla testa una ad una e magari
quel senso di perdita irreparabile.

Semplicemente un giorno,
alzarsi prima dell’alba e partire:
fare come quei giardinieri
di Atacama che rastrellano i cieli
con un mestolo, con le anime umide
che esalano dalle narici se prende
fuoco una preghiera
e nella fretta bruciano le radici.
Tu non voltarti indietro,
non ti voltare a guardare
la terra un tempo felice
la terra che due volte
la primavera benedice
da una georgica di Virgilio
e oggi si aggira come spettro
di una fenice laccata d’inferno
se neanche l’acqua spegne il maleficio
di ricadute in queste briciole anatomiche.

Sulle discariche abusive
oggi si attende spunti l’alba
agitando il ramo d’ulivo
e il fiore di ciliegio
si sfoglia un florilegio di esicasmi
si celebra l’hanami,
si prega inginocchiati
la danza degli spiriti

e tra i defunti ridi
e il tuo sorriso scioglie un acquerello
luna-baleno, balsamo di buio
notte d’inchiostro sigillato
tutto il silenzio che non può essere intaccato

e l’angelo accucciato tra i cristalli
del tuo fiato riepiloga i sospiri:

che nessuno ci fracassi la testa
scongiurata violenza
ci ferisca, ci tradisca, ci esibisca
decollate su una picca ci abbandoni
penzoloni al disincanto ci rinchiuda
prigioniere in cento celle e dopo tutto
siamo fatte della stessa pasta delle stelle:
stessa materia stessa morale stesso pianto.

Ricordo le domeniche
arrotolate lungo i nastri dove
scorrevano le voci degli uccelli
allietare l’orecchio ancora acerbo
della bimba che cinguetta da una grata:
passerotto solitario, tu spicca
il volo! i poeti di 7 anni-
la memoria già da correggere,
le ferite da sorvegliare
coi sogni di matita
da spiegare lungo una pagina
tutta piena di rifugi e di ripari
e qualche nuvola inconfutabile.

Così si studia la felicità
come attitudine, si collauda una poesia
con un’ala di burro un’ala di miele
si inciampa, si capitola, si tentano
capriole soprattutto si prega
nelle notti nere nere

che la vita ti sia lieve!

Ci si inventa un cammino a forma di quadro
romanzo, diario di viaggio, perle
di pioggia catturata in quelle stanze
cinque centimetri dietro gli occhi
dove si dosano o ci sorprendono
le mancanze da inserire
nel resoconto tra le derive
degenerate e la trasgressione
delle rotte già consumate
rompere il patto delle distanze
consolidate su cui si fondano
le città e disegnare
un nuovo paesaggio dal paesaggio:

con il vento di spalle
ed il sole di faccia
che ci supera sempre
per ampiezza di piede
e tracciare orizzonti
come un’emanazione:
lungo i cerchi sull’acqua,
dietro curve al compasso
e le svolte sempre inattese per gli occhi
fissi e sfrontati, mentre il cielo
slitta ancora di qualche passo.

E si alza un vento che sembra un inno
fatto di mirto flogisto etere interstellare
e sembra chiederci, adesso,
di abbassare la guardia e di tornare
a sognare, anche alla luna ammaccata
di questa notte imbottita di sola
penombra, tra le lamiere dell’industria
smantellata, coi sogni infranti e ridotti
a una cuticola e d’intonare un pezzo
per aria denti e polpastrelli
una teoria di campanelli
e dire più forte: adesso!
adesso voglio intervenire
con un polmone di verde tra le costole
che renda musicali anche i singhiozzi
al tepore dei fiati dove ogni casa
sparisce come recinto muraglia
e finisce in laghetto, galassia, in aria
iridescente nel tentativo
meno distruttivo e disumano
di mettere radici.

Anche con la letteratura,
anche con l’arte si corregge
la vita e nessuno è impotente
nei giardini dell’anima.

Se alla Natura si sopravvive
solo per congetture
piena di grazia, come colei che nutre
ai nuovi giorni alle tue argille crude
agli angoli del nido
che ho intrecciato a tua insaputa sotto l’ala
sinistra, dalla parte del cuore,
io ti prometto, mia Core mielata,
nessuno, nessuno ti chiamerà
più Abbandonata.

 

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