Su “Una lunghissima rincorsa” di Jacopo Ramonda

aprile 14, 2014 § 2 commenti

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Un’anamnesi di attese e di vuoti, di quotidiane, minuscole, disperazioni si intreccia lucida e precisa nelle prose brevi raccolte da Jacopo Ramonda in “Una lunghissima rincorsa” (Bel-Ami Edizioni, 2014), corredato delle pertinenti illustrazioni di Ilaria Bossa.

Si tratti o meno di poesia in prosa o di prosa in prosa, il testo ci restituisce un puzzle narrativo coeso nella sua dimensione formalmente diaristica, giocata su zoom al rallentatore che rivelano l’invidiabile misura della scrittura di Ramonda (“l’equilibrio” giustamente sottolineato da Andrea Inglese nella sua introduzione). Di fatto, la presenza di un io narrante e di personaggi, spesso identificabili dalle sole iniziali (D., G., F., L., V.) sembrano disseminare gli indizi di un vero e proprio romanzo, concentrato nel fiato di brevissime pagine, cut-up, appunto (come li denomina l’autore), di un testo più ampio e destinato a restare ignoto, se non addirittura lacerti di un’esistenza dominata dall’essere agiti.

I rapporti amorosi, il lavoro, la famiglia, il tran tran giornaliero, la memoria, la depressione costituiscono tutti reperti sondati con sottigliezza chirurgica, con un microscopio che ne traccia le coordinate apparentemente private eppure, nel contempo, emblematiche di una situazione collettiva di afasia e deprivazione di senso. Diversamente da altri autori che utilizzano l’accumulo e lo scarto semantico e/o sintattico per “bucare” in mimesi o contrappunto questa realtà che c’è toccata in sorte, Ramonda affida alla profondità e alla concisione il suo sguardo, riuscendo a tenere comunque legato il lettore a un flusso di coscienza che non ha alcuna pretesa, nemmeno quella fenomenologica, al di là dello scavo del divenire, della com-prensione nell’accezione etimologica del termine.

Il ricorso a formule letterarie di confine tra poem e short story – a volte catalogate anche come “altre scritture” – palesa l’esigenza di trovare luogo e voce più aderente alla frammentazione, alla velocità e alla compressione neanche tanto occulta che caratterizzano gli attuali processi storici, con la necessità di ricombinare gli strumenti ereditati aggiungendone nuovi per capire cosa ci sta accadendo. Di qui una scrittura di “ricerca” che tende a marcare una dimensione euristica sempre propria della creazione artistica. In questo libro, la funzione “poesia” più che nel ritmo o nelle sonorità o nei simbolismi, si presenta nel “corto circuito” della narrazione, che pure procede nella sua brevità senza alcuna scossa, quasi tracciando un’elegia di stupore sotteso – della serie cosa ci capita/perché ci capita – in microcosmi immediatamente identificabili e coinvolgenti; da ciò la forza e l’acutezza insieme di questi flash di micro-vite che sembrano, sono, le nostre.

……..

da “Una lunghissima rincorsa”

SICCITÀ (cut-up n. 99)
L. e V. si imbattono continuamente in deformazioni grottesche di loro stessi, principalmente nei riflessi delle vetrine del centro, ma anche in ufficio, quando spegnendo il pc pochi minuti prima della fine dell’orario di lavoro, restano seduti inespressivi davanti allo schermo nero, che restituisce un’immagine morta del loro viso perfettamente coincidente con quella che è diventata una sensazione latente, un sottofondo costante di rumore bianco.
V. sostiene di aver sentito dire, probabilmente in un documentario sullo spiaggiamento dei cetacei, che non si conosce la ragione precisa per cui, ogni anno, un notevole numero di esemplari si arena a riva. Stando ai ricordi di V., alcuni studiosi ritengono che finiscano semplicemente per perdersi, mentre altri non escludono l’ipotesi di un disorientamento interiore più profondo e radicale, che culminerebbe in questo atto di autoeliminazione.

 
ALL’APICE DELLA SCONTENTEZZA (cut-up n. 114)
M. e V. stanno litigando ferocemente, ancora una volta, sfruttando la conoscenza maniacale delle debolezze reciproche per ferirsi più profondamente. Mentre perde il conto delle proprie accuse, V. si ritrova a pensare a quanto sia incredibile il fatto che, alla fine, riusciranno a superare anche quello scontro, a sentire ancora qualcosa oltre all’odio e alla frustrazione che provano in quel momento. Si stupisce del fatto che tutto quell’odio non sia indelebile, e di esserne consapevole. Presto torneranno ancora una volta alla normalità, che somiglia sempre più a quella calma nervosa propria dei terremotati: un equilibrio precario, in perenne attesa della prossima scossa, che inevitabilmente arriverà, anche se non si sa quando.

 
LA NOTIZIA DEL TUO ARRIVO (cut-up n. 7)
La notizia del tuo arrivo mi ha preso alla sprovvista. Appena ho messo giù il telefono, ho spalancato la porta e ho sorpreso un’intera città intenta a festeggiare Capodanno in camera mia. Per un attimo tutti si sono bloccati in un fermo immagine, poi, quasi all’unisono, si sono voltati verso di me e mi hanno fissato in silenzio con aria stupita, finché un idrante è scoppiato a ridere, bagnando tutti, la musica è ripartita più forte di prima e la città è tornata ai suoi festeggiamenti con un boato. A giudicare dal casino, nessuno sembra avere la minima intenzione di andare a dormire prima del prossimo Natale.

altri testi qui:

http://www.nazioneindiana.com/2014/04/14/da-una-lunghissima-rincorsa/

 

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