Il cane di Pavlov – Vincenzo Frungillo

febbraio 20, 2014 § 3 commenti

frungillo

 “Il cane di Pavlov” (Edizioni d’if, 2013) di Vincenzo Frungillo allegorizza nella forma di poemetto la BDSM come calco perturbante ma fondamentalmente  vano  dei pattern sociali. La voce narrante – una segretaria aziendale quarantenne con trascorsi studi scientifici  – si dipana in prima persona  attraverso la stesura di un’auto-perizia, presumibilmente giudiziaria, (di fatto resoconto di una perizia è il sottotitolo dell’opera) delineando il percorso di una relazione sadomaso sin dall’inizio echeggiante un rito sacrificale. 

Tale scelta che stilisticamente adotta una scrittura volutamente “neutra” e media,  scientifica, appunto, consente,  con  una diegesi affidata metricamente all’alternarsi di settenari ed ottonari, di evitare morbosità trash, ma soprattutto di aderire ai modelli tecnocratici che serrano i due protagonisti in un rapporto inevitabilmente destinato alla perdita.  Il taglio contemporaneo è palese già nell’ambientazione di una Milano post-yuppie (esplicita la citazione di American Psycho) dove  risuonano ancora  i cascami – o meglio i legàmi –  di una cultura aziendalistica e competitiva, in un deserto di solitudini che si nascondono e si rimpallano le une alle altre. (A Milano funziona così,/si esce tutti insieme/ ognuno paga il proprio, recita l’esergo).  E’ in questo deserto che l’esperimento delle protagonista ricalca, metodica, le fasi del protocollo del condizionamento di Pavlov, che scandiscono anche le sezioni del poemetto,  protocollo esplicitato del resto preventivamente – secondo le regole del BDSM  – al partner, un collega che rientra nell’archetipo del nerd provinciale e romantico.

Le tecniche bondage, i marchi a fuoco, si susseguono in una cornice apparentemente batailliana (Ciò che davvero conta  è la carne,/ e le torture, perché la carne,/come lo spirito e il piacere,/ si consuma, allora bisogna affondare,/eccedere,andare oltre, provare dolore,/ lo so da sempre come stanno le cose,/ perché ho messo tra me e voi/ l’esperienza della morte) ma la carne e il dolore si consumano in icone. Emblematica risulta, di fatto, la cannuccia dell’acqua calcificata sulla bocca del ragazzo (che sembra  concidere con  la bava raccolta nella fiala del cane),  legato per sua scelta nel letto fin quando sopravviene l’ascesi, la morte per inedia,  volutamente cercata come unica via di fuga in una sorta di pratica gnostica senza sbocco. Le dinamiche master – slave si ribaltano: a legarsi è anche la protagonista ma cercar salvezza nella mimesi tecno-scientifica si rivela illusorio,  e fallimentare, in un trasparente riconoscimento foucaltiano della microfisica dei poteri cui la protagonista non riesce a sottrarsi,

Il calibrato affresco di Frungillo inscena, senza  alcun cedimento lirico ma con una profonda pietas sottesa alla prevedibile e tuttavia non meno dolente meccanica degli eventi, una sconfitta sociale e generazionale, con un dettato estremamente scorrevole e trasparente, affidato alla fredda disperazione della voce narrante, exemplum di un’afasia che sembra dilatarsi collettiva, e  su cui non a caso si conclude il poemetto (Era troppo, persino per una segretaria muta.)

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