Condizioni del corpo – Livio Borriello

novembre 17, 2013 § 7 commenti

borriello

(da: http://www.livioborriello.it/)

la mia scrittura è fuori dal gioco, questo non c’è dubbio…. fuori dal gioco della scrittura volta al successo, e al commercio di sé, ma anche fuori dal gioco della scrittura di qualità… è fuori dal gioco della letteratura, insomma. questo potrebbe dipendere dal fatto che gioco male – che perdo – da una mia inadeguatezza insomma – ma anche dal fatto che non gioco – diciamo allora da un volontario non adeguamento. naturalmente la mia ipotesi – l’ipotesi che la mia convinzione sia affidabile – è la seconda. ebbene, che io non giochi, può essere a sua volta un difetto, ma anche, diciamo così, una reazione a un’ideologia dominante del gioco, a una fase sociale in cui si gioca troppo, in cui la vita e l’esistenza si giocano, e non si vivono e esistono. certo, ci sono almeno 3 grandi giocatori – dostoievski, landolfi e de sica, per restare nella letteratura – che mi contesterebbero: questo è il bello.

che rivendico, o magari recrimino, in sostanza? che la mia scrittura riduce al minimo la componente agonistica, ludica e feticistica – implicite a ben scavare in ogni scrittura di qualità, o meglio in ogni scrittura la cui qualità sia riconoscibile e misurabile – e nasce da una condizione del corpo, che poi suppongo corrisponda a quelle di altri corpi e dunque a un’istanza sociale. che in virtù di ciò, quel che c’è di essenziale in essa ha luogo fuori dal testo, prima e dopo il testo, nelle tracce, nei solchi (anche quelli solchi di linguaggio, certo…) in cui esso defluirà, e nelle risonanze e gli eventuali effetti che esso produrrà.

la condizione del corpo da cui parto è questa. io avverto in maniera attenuata i rapporti di discontinuità fra le cose. mi percepisco come un addensamento della viscosità dell’aria, avverto continuamente la pressione osmotica del mondo che mi circonda. il confine frastagliato e sfrangiato della pelle che mi isola in qualche modo, non mi sembra che un sottile e convenzionale diaframma fra settori di un unico organismo. sbavo da un punto all’altro, mi proseguo con i fiotti gassosi che pompo e espello, con la luce che rifletto, con ogni atto d’esistenza, e soprattutto con le protuberanze e emanazioni fonetiche che emetto, che rilascio, che traccio, di cui dissemino il mondo, in qualsiasi spazio che mi circonda, e ancora di più viaggio nei neuroni e le coclee e uvee e magazzini di memorie degli altri addensamenti che mi assomigliano, o meno.

la mia scrittura dunque evita sempre di essere un gioco di destrezza, ma si muove sempre nella direzione del riprodurre questa condizione. in sostanza cerca di sfocare il mondo (come faccio nelle fotografie), di arretrare la soglia percettiva fino al punto in cui le cose si confondono leggermente, si impastano, si risolvono una nell’altra. nasca da un’intenzione fusionale, amorosa, e in questo senso politica, se ogni angoscia è angoscia di separazione, se ogni sofferenza individuale o sociale ha origine in qualche modo da un eccesso di definizione che separa le cose che sono da quelle che non lo sono, e se è corretta l’ipotesi che le attuali condizioni sociali ci permettono di allentare quella soglia di attenzione così elevata che ha consolidato le nostre correnti abitudini percettive. non può essere che la scrittura a verificare tutto ciò, a esplorare nuove abitudini e posture sensoriali, a sistemarci in nuovi punti di vista – che è quel che accadde quando la scimmia trovò il punto di vista dell’uomo. e la scrittura che non ci prova almeno, che si accontenta di riuscire, di esprimere, di piacere, di consonare, di dire, mi sembra che venga meno alla sua funzione più radicale e più decisiva.

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§ 7 risposte a Condizioni del corpo – Livio Borriello

  • leopoldo attolico ha detto:

    Certo , l’importante è non fare letteratura . Mostrare nascondendo , dire senza nominare può funzionare solo con l’invenzione verbale sulla scrittura ( e quindi padroneggiando al meglio tutti i ferri del mestiere ); con in più quel quid che è personalissimo e che sappiamo ricorrere poche volte nella vita .
    Lo sguardo e gli umori di Borriello mi sembrano condivisibili , in uno con la consapevolezza del suo operare .
    leopoldo attolico –

  • teqnofobico ha detto:

    liviola, buona domenica

  • mauropierno ha detto:

    volevo essere uno scrittore, ma non scrivo.
    Volevo esserlo per davvero, ma ci credo!

  • viomarelli ha detto:

    Livio ha sempre dalla sua parte un “quid”, come rileva giustamente Leopoldo, che è l’autenticità, ossia una situazione di fondamentale buona fede che anche in questa dichiarazione di poetica emerge pienamente; personalmente ritengo la scrittura, al pari di altre forme artistiche, uno strumento “cognitivo”, una ricerca che ognuno declina sulla base delle proprie esperienze , anche percettive e in questo terreno comune c’è il “liviola” di teq e il ci credo di mauro. Grazie della lettura, V.

  • lucascarano ha detto:

    Pare allora che io non sia solo? (Però io perdo di sicuro :))

  • malosmannaja ha detto:

    “mia” “mia” “mia” (questa scrittura). fa riflettere da un lato l’impalpabile “addensamento della viscosità dell’aria”, nonché “l’attenuarsi dei rapporti di discontinuità fra le cose”, dall’altro il p’ossessivo reiterarsi dell’aggettivo che per contro la demarca.
    mmmm… pensavo, ecco: la scelta di ripetere “la mia scrittura” piuttosto che, ad esempio, “ciò che scrivo” forse significa qualcosa?

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