Vineta – Uwe Kolbe

novembre 14, 2013 § 2 commenti

Kolbe

Ti ricordi, quel tempo, quando era il silenzio del potere?

 

Ti ricordi, quel tempo, quando pensavamo che fosse

 

il silenzio del potere?

 

Viaggiammo in treno per un’ora attraverso il silenzio.

 

Mentre invece avremmo potuto camminare per cinque minuti o

 

volarne due in uccello, diciamo.

 

Al posto di quei sette minuti ci mettemmo quell’ora in treno, in cui

 

ci accompagnava il silenzio.

 

Il silenzio o suo fratello, lui, o sua sorella.

 

Quel tempo, quando il silenzio del potere ci dava a intendere certe cose.

 

Quel tempo, quando non potevamo sapere ciò che sapevamo da tanto, e

 

anche quello era solo affermato.

 

Quel terrore della parola, quella piccola paura di sapere

 

che non significa assolutamente niente.

 

No, io non scrivo.

 

No, io non canto.

 

No, io non taccio.

 

La mia strada tace sotto gli stivali del silenzio.

 

La mia città tace sotto la furia della nuova ricostruzione.

 

Come si chiama, lei?

 

Ti ricordi, quel tempo, quando sapevamo il nome, quando sapevamo ogni

 

nome, quando i castagni parlavano con noi, facevano schioccare

 

i loro germogli rigogliosi, quando imitavamo gli schiocchi arrotondando

 

le bocche, ma non ci riuscivamo, quando eravamo così

 

belli nella nostra smania di essere così belli, ma non

 

potevamo, quando non potevamo fare tutto ciò che volevamo,

 

ma lo facevamo?

 

Ti ricordi com’era?

 

Ti ricordi, quel tempo come questo tempo, la stessa collina, le stesse

 

catacombe, gli alberi che mancano dall’ultima guerra e

 

dal dopoguerra e ancora oggi, ti ricordi?

 

Ho pulito le finestre e ho deciso di non

 

guardare più fuori.

 

Basta solo che ci sia luce in casa mia, luce sul tavolo e

 

sul letto e sul punto dove siede il gatto.

 

Ho benedetto il panorama col viso rivolto dall’altra parte.

 

Ti ricordi come guardavamo sempre fuori e facevamo previsioni e

 

la nostra frase era: Sarà come è, e come ridevamo di noi stessi e

 

il compito era, un compito pareva esistere,

 

c’era anche nei visi degli attori, e nei

 

nostri visi, ma non lì sulle maschere, lì dove

 

venivamo svissuti, noi però conducevamo una vita lasciva, anzi, per nostra fortuna

 

eravamo condotti da lei?

 

Ti ricordi com’è poco interessante quello che c’è negli atti del

 

potere, a quel tempo, quando ancora li leggevamo, ti ricordi

 

come vogliamo sapere, come stiamo in coda e come adesso

 

i nostri bambini vanno in cerchio intorno alla piazza in città e

 

tacciono alcune pietre più in là e la loro domanda, ti ricordi la loro

 

domanda o come me l’hai dimenticata?

 

Ti ricordi, adesso io mi ricordo.

 

Siamo sprofondati.

 

Ogni età ha il suo tempo in cui affonda e affonda ancora

 

più veloce.

 

La città si chiama Vineta, è nel lontano Est dell’Europa, le

 

campane suonano all’ora consueta, ma nel silenzio

 

lo scampanio non va lontano.

 

(trad. a cura laboratorio universitario coordinato da Irene Fantappié)

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