Su Guy Debord – Gerard Malanga

ottobre 28, 2013 § Lascia un commento

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Non era la costa normanda, in sé. Ma più entroterra.

Non c’era formaggio puzzolente o falco pescatore

schiamazzante sull’ultimo scoglio buono

prima che la marea ribolla scaraventando su balocchi, tappi,

qualche stella marina lì per cosa,

se non per serenate al chiar di luna, ma dov’è luna e chi sta mai cantando?

Non c’era nulla tramite cui orientarsi esattamente – trame sconnesse,

l’altro cambio di secolo o l’altro ieri

o il preludio al maelstrom.

Non un segno del postino o la consegna della biancheria.

Zero indizi e notizie lungo la rue de Vogue

su cosa avesse fatto lontano dai riflettori o in quegli

ultimi anni segnati dall’oscurità prima di decidersi.

Scriveva a matita pochi appunti prima dell’inverno?

Immergeva nel caffè una baguette vecchia di settimane?

Era rimasto qualcosa

da discutere – il ciclostile coperto di ragnatele

e impaccato in un fienile ai margini della città,

fasci di poster tirati a mano, maquette squamate,

qualche appunto per un compagno a Parigi. Les Halles da tanto andate.

Non una parola su quanto accadde dopo.

Un certo numero di forse.

 

(trad. D. Borso;  già su “Satisfaction”)

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