Su “Tre bei modi di sfruttare l’aria” di Francesco Balsamo

ottobre 26, 2013 § 8 commenti

luminaria delle dita

(La luminaria delle dita di Francesco Balsamo)

La cronaca di una metamorfosi, carsica, e desiderata, sottotraccia, in un apparente minimalismo dove crepitano lampi e pensieri e lo sforzo di liberarsi di un io già diventato corsivo, così si delinea “Tre bei modi di sfruttare l’aria” (Edizioni Forme libere, 2013) di Francesco Balsamo libro che già negli eserghi di Ceronetti e Duncan pone il tema del mutamento e delle forme.

Non a caso la prima sezione del libro ruota intorno a un “devo” (devo starmene tondo), che insieme all’orologio e ai miracoli, altro lemma ricorrente, tende ad azzerare  – dilatandole – le dimensioni del quotidiano con il mai di un angolo di orologio (che)  libera tutti in aria. Se questo è il punto di partenza del viaggio (e del resto, più avanti esplicitamente ciascuno in sé/ ha una strada premuta nell’abbraccio) le tappe si snodano intorno alla sospensione dell’ascolto e alla pazienza, configurando una sorta di laici  esercizi spirituali. Non che manchino gli inciampi: i muri, ad esempio, come anche i lampi, energia repressa che pure occorre accudire, le candele e l’a picco e  a piombo ritornano compulsivamente in molte delle sezioni, formalmente organizzate  attorno a  parole chiave che consentono all’autore di strutturare ognuna di queste tappe come variazioni su poemetti minimi.

Lontano dall’algido – e dal tragico – ,di molta  poesia contemporanea Francesco Balsamo punta sull’apertura agli oggetti e agli elementi della natura, si tratti di radio e di dita, di nuvole e di sonno o di affetti trattenuti, celati per una rigorosa fedeltà al “sottovoce” che non gli impediscono tuttavia un canto aperto: scuola dell’aria, mutuata tramite passeri/da tutte le province/dell’aria.

La ricerca di una levità (“cosa trascino sin dentro un muro,/noi saremo in pochi/io ci lascia), scorta e talvolta conseguita (ci sono riuscito/adesso la testa/ è una costola dell’aria), si realizza nei colori del mondo, programmaticamente ritmati nel loro senso sonoro, e si riassume nella poesia finale, vera e propria dichiarazione di poetica e di augurale viatico:

bisbiglio

sopra una lumaca

(è una poetica)

io  è ancora in viaggio

sottobraccio ha alberi

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§ 8 risposte a Su “Tre bei modi di sfruttare l’aria” di Francesco Balsamo

  • giadep ha detto:

    L’ha ribloggato su inni in vanie ha commentato:
    Grazie alla cara Viola Amarelli che ci parla di Tre bei modi di sfruttare l’aria di Francesco Balsamo

  • frabalsam ha detto:

    “sorta di laici esercizi spirituali” mi sembra giustissimo, grazie Viola, condivido pienamente la tua lettura…
    francesco b.

  • setteanelli ha detto:

    tre bei modi per respirare!

    per me raccolta bellissima di Francesco Balsamo!

    e bella lettura di Viola Amarelli!

    dunque grazie!

  • […] (Tre bei modi di sfruttare l’aria, Ed. Forme Libere, 2013), già apparsa sul suo blog (v. QUI). Ringrazio Giampaolo De Pietro per avermela segnalata, anche perchè mi permette di rimandare al […]

  • martinacampi ha detto:

    Perché quando mi trovo a leggere questo libro è sempre come se la mano agisse per sé, poi l’occhio è un occhiolino tra le pagine e spesso è di notte, associata a colori scuri, mentre qui tutto ciò che si tocca è bianco, al bianco riporta, al silenzio, al sottovoce, nonostante e attraverso,(vari movimenti, oggetti, pensieri) “piombo” “candela” “sprofondare” “il soffitto dei solitari”… è forse per il d i r e “la vita fino alle ossa”, “l’intesa rara di nomi cose
    e persone”.

    Forse per attraversare tutto (la notte) affidandolo a una leggerezza attesa (“devo starmene tondo”) che è pazienza e fiducia insieme (bianca – e mi ricorda l’Ortografia della neve, così ci raduniamo) che trova il suo dire e dirsi (anche le noie, le quotidianità, le fatiche, i precipizi), afidandolo alla parola (farsi oggetto, cosa, atmosfera che cambia “le cose ancor prima delle cose”), mordere pietre per sentire il batticuore dell’aria
    (“solo chi morde pietre
    sente il batticuore dell’aria”).
    Forse per questo.

    Grazie Viola, per la tua lettura che “respira” questi “Tre bei modi di sruttare l’aria”, Grazie Francesco, per questi tre bei modi di sentirsi vicini e ricordarsi di respirare, (anche mentre si aspetta possono accadere miracoli).

    Martina

  • martinacampi ha detto:

    Reblogged this on Il proteo e la balena and commented:
    Perché quando mi trovo a leggere questo libro è sempre come se la mano agisse per sé, poi l’occhio è un occhiolino tra le pagine e spesso è di notte, associata a colori scuri, mentre qui tutto ciò che si tocca è bianco, al bianco riporta, al silenzio, al sottovoce, nonostante e attraverso,(vari movimenti, oggetti, pensieri) “piombo” “candela” “sprofondare” “il soffitto dei solitari”… è forse per il d i r e “la vita fino alle ossa”, “l’intesa rara di nomi cose
    e persone”.

    Forse per attraversare tutto (la notte) affidandolo a una leggerezza attesa (“devo starmene tondo”) che è pazienza e fiducia insieme (bianca – e mi ricorda l’Ortografia della neve, così ci raduniamo) che trova il suo dire e dirsi (anche le noie, le quotidianità, le fatiche, i precipizi), afidandolo alla parola (farsi oggetto, cosa, atmosfera che cambia “le cose ancor prima delle cose”), mordere pietre per sentire il batticuore dell’aria
    (“solo chi morde pietre
    sente il batticuore dell’aria”).
    Forse per questo.

    Grazie Viola Amarelli, per la tua lettura che “respira” questi “Tre bei modi di sruttare l’aria”, Grazie Francesco Balsamo, per questi tre bei modi di sentirsi vicini e ricordarsi di respirare, (anche mentre si aspetta possono accadere miracoli).

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