su “Nel debito di affiliazione” – Lorenzo Mari

ottobre 12, 2013 § 5 commenti

lorenzomari

Scelta di campo

C’è in questa scrittura una precisa scelta di campo, per quanto l’autore sconti che si tratti di un campo deserto; la tematica generazionale che innerva il libro (“Nel debito di affiliazione”, 2013, L’arcolaio) , di fatto, lungi da qualunque finalità rivendicativa o vittimistica, diventa grimaldello per una cruda analisi politica che trova nell’eroismo stoico la cifra di una possibile quanto vana risposta.  I ripetuti omaggi che si rincorrono nei testi e negli eserghi costruiscono una genealogia di padri – ma anche di fratelli (si pensi a Simone Cattaneo, esplicitamente inserito accanto a Mesa) – accuratamente selezionati, in una sorta di exempla alla Plutarco, come ispiratori e testimoni di un’azione poetica ma innanzitutto etica.

 Le descrizioni militari (mirando di cilecca; per le mine che restano tutte davanti) come le scarnificazioni, a metà tra il martirio e la vivisezione (Mentre si calcola/ quale costola del padre togliere/e quale scarnificare/vertebra a vertebra), che si susseguono in varie poesie, dicono della sconfitta inerziale subìta da una generazione orfana di punti valoriali e costretta nel flusso mediatico che la serra (è che più non si distinguono le gocciole/ di luce, nell’abbaglio continuo, dalle gocciole di sangue) a ricostruire, certosinamente, le proprie ragioni e i vettori di senso. Si tratta quindi di una postura decisamente di “resistenza” – in cui non a caso ricorrono lucciole e langhe sullo sfondo peraltro del deserto dei tartari – che nell’intermittenza, come sempre per le lamparidi, trova estrema difesa e atto di coraggio per quel noi…fragili che sostanzia buona parte dei testi.

Nel flusso narrativo, slabbrato e allo stesso tempo accurato, della guerra mai iniziata perché già persa si intravede la tensione a un epos contemporaneo alimentato da una rabbia glaciale, che irrompe acuta in alcuni momenti (sono ladri di ricotta e di quaglie:/ è carne ormai sicura), con l’innesto di rare tarsie simboliche (gli stercorari, l’elitra) in controluce figuranti come beatitudini sole.

Il disadorno ma intenso ritmo di questa poesia – che vede prevalere l’ottonario, verso tipicamente “popolare” – – tende quasi per istinto a una comunicatività mai banale, a un utilizzo della parola terso con punte espressionistiche evidenti in numerose assonanze e nei ludus irridenti che caratterizzano le parti maggiormente invettive o viranti al nero.

Il tentativo di ricostruirsi un passato, che si avverte finito nel limbo di Tiresia e Manto (riprendendo uno dei lavori dell’ultimo Mesa), si congiunge alla ricerca di una compagine contemporanea che si sa però assente e dispersa(Il conteggio/è amaro: chi di noi è partito, chi resta). Di qui la necessità dell’affiliazione, debito, ma soprattutto volontà di appartenenza alla cerchia che, pur minoritaria,  tenace continua a cantare l’assillo.

——————-

da “Nel debito di affiliazione”;

intermittens

 

Da Portbou non si passa. Noi apolidi

ci portiamo dietro – mi vorrebbe

cortesemente reggere la cartella – la dose mortale.

 

Volker Braun, “Benjamin nei Pirenei” (1986)

 

I.

 

dov’era pace per tacito accordo

ora c’è una pietraia: non si mangia

né si beve e alle spalle il ricordo

degli eserciti già sfrangia –

 

erano i nostri o i loro,

oppure i barbari?

non è dato sapere, a disdoro

di chi sapeva qualcosa dei tartari

 

o degli invasori – cartucce

non ne restano, né desiderio

di sparare molto avanti – solo le grucce

sostengono, solo le grucce e il nuovo salterio

 

che rimane fitto di pagine bianche:

                          ideale per scrivere parole inutili,

per le avanguardie sfatte, sfrante – stanche –

per i soldati che gioiscono – anche – d’esser mutili

 

 

 

II.

 

l’orizzonte non piace: fata morgana

delude – ci hanno detto che era una crisi

(una crisi feroce, una crisi puttana)

invece con questa formula derisi

 

ci tengono, mentre tentano

l’apocalissi, lo spacco

definitivo – sa solo dio,

sa solo la terra lo scacco

 

di chi vi cade: senza legione

alle spalle, non ci sono classi

(nemmeno nel ruzzolone,

nello scivolar di sassetti e sassi)

 

senza legione alle spalle

cadiamo come nei cartoni animati:

alzando grida isteriche e nuvole gialle

di polvere e i nostri corpi – come disossati:

 

i nostri corpi finiscono

alleati degli svertebrati

[ed ecco che friniscono]

 

 

 

III.

 

e non è che siano del tutto scomparse le lucciole

(si dice che restino in sicilia, sulla linea gotica, nelle langhe) –

è che più non si distinguono le gocciole

di luce, nell’abbaglio continuo, dalle gocciole di sangue –

 

               ma noi intermittiamo

               più non trasmettiamo

               certo non siamo forti – claudichiamo –

               ma ancora noi intermittiamo

 

 

 

IV.

 

lasciati senza ironia al confino del confine

(ci dicevano di andare, di tentar fortuna)

vediamo coerenti il deserto con la fine:

non avvistiamo più nessuna

 

base da riconquistare,

nemmeno una base futura –

le caviglie, invece, dovremmo fasciare:

restano la sola intermittenza sicura,

 

ma poi i passi lasciano sbandare,

goffi gaglioffi, nella terra di nessuno

(che è sempre terra di qualcuno,

tra due strisce ineludibili di roccia e di calcare)

 

le caviglie dovremmo fasciare

e inventarci un salto avanti –

ma quanti

siamo, quanti, e dove andare

 

 

 

V.

 

a una meta sola spinge la ridda di insetti

che ci accompagna, nella notte d’estate –

a esser stercorari anche dell’oro, dei perfetti

semi e degli imperfetti, delle frasi balbettate,

 

a deporre armi, grucce e salterio,

a lasciare – merda non tanto diversa –

le militanze sperse, inascoltate:

claudicare per un vizio d’arteria non più tersa

non è serio

 

lo è forse soltanto per le mine che sono saltate

e per quelle che devono ancora saltare,

per le mine che restano tutte davanti –

per quanto siamo inetti, sfatti o sfranti

 

gli scoppi di mina – contro l’uomo

avvengono ineludibili,

tra roccia e calcare –

 

se ancora intermittiamo, noi, fragili,          

con un movimento involontario

infine: é per non scappare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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