Loci communes – Daniele Ventre

settembre 18, 2013 § Lascia un commento

ventre

explicit auctor opus –ante diem

–ἰδοὺ τὸ Ῥόδον ἰδοὺ καὶ τὸ πήδευμα

–unumquemque esse faber suae fortunae

–μηδεὶς ἀγεωμήτρητος εἰσίτω

–nemo geometriae ignarus introito

(ἀλήθειαἐνοίνῳμηδὲνἄγαν)

tacitae amica silentia lunae

 

in fondo non c’è caso di tornare

sul fatto che si nasce da animali

come animali come vite amare

di macchine e destini un po’ usuali

e non potersi mai disimpegnare

dalle incombenze dai consueti mali

–nel vecchio circoletto delle gare

di bocce tornano i refrain uguali

e torna sempre quella vecchia storia

che l’Io è morte e confine di lotta

trappola con applique –e la memoria

ti espelle sempre i rifugiati in rotta

–che l’incubo ti inquina quotidiano

rete di regno intreccio scespiriano

 

e le rughe centripete alla fronte

in astratto al mentale all’inferiore

al piano astrale o anche in ascensore

iato di transizione o forma o fonte

–sono solo parole e voci pronte

stagliate in panorami di splendore

offuscato da corpi di cruore

–tu prepara il tuo moto e sali il monte

che è termine e liaison di tutti i boia

ma con te porta l’umana catena
fatuo legame usato in male o in peggio

–montica la tua malga nell’alpeggio

misura la pressione –anche per noia–

e computa gli eoni alla tua pena

 

almeno si conviene –o non conviene

–che ti si dica umano o più alla mano

(ah la gente) per quanto ti sia piano

il somigliare il grattarsi le schiene

per quanto la scoperta che ne viene

ti renda scimmia antropomorfa invano

trasumanata dal sapere strano

–che ne hai le tracce e le cassette piene

per sicurezza e abuso di potere

per larghezza di banda e per la banda

che passa e passa l’acqua se le tenie

ti torcono il budello –se le nenie

ti strizzano l’orecchio in sarabanda

–sono parte di te come il sedere

 

…et hic deperditi sunt multi versus

–lacunarum repletus universus…

 

e questo è il viaggio sulla superfice

dell’universo intrisa di lacune

d’ossa che scrivi e leggo alla radice

delle tue prove e delle tue fortune

abisso ascesso tronco arco e matrice

mare inteso in immagine di dune

spirito che nel mezzo non ti dice

spettro di dramma su cui penda fune

se congelato di mutevolezza

se tuono dipanato in corpo o voce

se mondo morte nella nebbia inverso

se gioco di persone in multiverso

se giaccia in referente alveo con foce

se l’evento e il suo eroe tace o si spezza

 

dove vivi altrimenti –ma nessuno

sa di soldati adatti alla vittoria

nessuno riconosce la sua scoria

disfatta in legno di cenere bruno

–e l’umore dei bipedi è una storia

che non mi va di raccontare in uno

o due blocchetti di prosa e di boria

–manca spazio nel tuo moto-raduno

di immobili parole –io muto in rabbia

per troppi silenziari da salotto

io che ti sono fomite al ricordo

perché l’orecchio dei mediocri è sordo

sorda l’antenna –e il respiro è interrotto

per fiele d’albagie Faraday in gabbia

 

io non resto indulgente con i ragni

che tessono sculture nella notte

ringoiando le bave in molli scotte

di sete tese su gromme di stagni

–fanno la ruota da spiriti magni

sognati lì per lì con le ossa rotte

fra lampo e cenere e carcasse cotte

resti di roghi –sfiati –regi lagni

–vedili d’ogni spazio fare strazio

con moto bustrofedico e pensoso

rimuginio di livide ragioni

–l’occhio annebbiano in ponfi di calazio

lo sguardo chiuso al sogno immaginoso

delle auto-riferite incantagioni

 

certo è segno di classe se il dolore

non ti fa pago –tutto il campionario

di cui medito è andato nel bagliore

d’uno sguardo –è già andato nel divario

di verità strappate al repressore

sotto pressione –ma il vero è poi vario

e in questo è differente –è tuo candore

pretendere d’apprenderne il contrario

in dieci mosse e dargli anche colore

–senza far mai ricorso al necessario

termine noto o volgersi all’orrore

–gola nel gorgo dell’immaginario

o singolarità d’un attrattore

strano o grande che sia l’usufruttuario

–tendini tesi al minimo rumore

–ma i tendini e le azioni puntuali

indefinite nelle lune oscure

chiudono un senso d’ovvio –inusuali

sono le voci nella fuga impure

–c’è bisogno di spiriti animali

che tu li ignori o muti le tue cure

o su mucchi di stracci residuali

pieghi le tue lancette e la tua scure

–che questi allarmi di cui già t’avvali

al presente –alle morte sinecure–

tarlano il buco dei tuoi grami sali

sparsi nel mondo con ragioni incure

 

Orazio ti dirò che il mondo è giusto

la terra ti risponde a cielo assente

(vecchio principio della terapia)

e se insisti a negare a segno i sensi

(come insegna la tua filosofia)

non ti stupire se nei tuoi nonsensi

finirai per non dire altro che niente

–e sì –contenti noi –quanto non pensi

*  *  *  *  *


 

Dicono spesso che troppi aggettivi

fanno male ai racconti articolati

complicati ravvolti su sé stessi

(se stressi le parole non ti ascoltano)

che poi ti trovi a dover fare i compiti

anche se sèi più grande –un nonno in mezzo

a un’orda di bambini sbadiglianti

la noia pronta a ingurgitare il mondo

nel volo d’una mosca sprovveduta

e imprevedibile –e i bambini intanto

sogguardano la strada con malizia

o con curiosità –non puoi sapere

mai che gioco o domanda di bambini

possa colpirti a un tiro di pallone

o di biro mutata in cerbottana

–che poi è futile indorare sempre

la pillola col dialogo e il dovere

e le sfaccettature delle forme

e la retorica e la moral suasion

–la morale non vende sul mercato

e le suasorie luccicano a stento

d’un quieto sfarfallio di similoro

a cui proprio non crede più nessuno

credimi –tu mi dici che il mercato

ti fa da antagonista –un Don Rodrigo

interconnesso soft immateriale

con cui poi ti confronti –usando forse

dei toni un po’ fortini –e non è il caso

povero Renzo –è male nascer poveri

ce n’è di prepotenti a questo mondo

perché il mercato vende le sue logiche

anche al dominio delle minoranze

e alla minorità dei dominati

perché il mercato fa la mercanzia

(fortunati i mercanti) e tanto basta

e non si interloquisce dalle nicchie

 –al più puoi rintanarti in una chiesa

(ce n’è di belle nell’ipermercato)

e parlare alle nicchie con i santi

–che poi chi scrive bene pensa male

a rispettarli troppo questi santi

che ammazzavano i mori –ed è banale

parlare di illegittimo dominio

da contrastare con rivoluzioni

(chi non ha tempo non aspetti tempo)

–qui s’è aspettato troppo nel frattempo

e a ribellarsi ormai non c’è più tempo

–però si può crollare a tempo debito

e il debito ti mette in discussione

il diritto di critica e l’impegno

e non rimane che l’imperativo

di pagare il dovuto con l’indebito

inappropriato –e con il negativo

la foto della colpa e del ricatto

(sì le donne hanno un piglio anche aggressivo

ma i coltelli di più –chiedi alla Pia

–ricordati di lei) –certo potremmo

parlarne anche ai nativi digitali

(come tu dici) siano anche purpurei

o con voci di nerd un po’ incolori

sottoccupati ignari di riscatto

(rapiti dal mercato innominato)

–ma non ricaveresti altro che insulti

perché poi così in basso come in alto

e la stoffa non è gran cosa in fondo

in basso come in alto –e gli strumenti

e le simulazioni e le sinapsi

dissimulate in modo più che onesto

 (l’indifferenza di chiamarsi Ernesto

o Sigismondo a questo mondo è tutto)

non fanno altro che ampliare la portata

e la velocità dell’improperio

sulla rete dei byte e sugli engine

–ma per il resto l’interdipendenza

si muta in dipendenza –e a certi folli

non basta la matita col gommino

per sfuggire all’assedio e all’ossessione

–e certo ci saranno lamentele

per bene che tu faccia e per la faccia

che tu ci metta in bene o perda in male

–e collassa il gradiente dei rapporti

sotto lo zero e forse anche vorresti

contaminarti o per te consumarti

immune per te stesso e da te immune

–ma non si intende quale estremo incroci

quale forma consumi nell’assumerla

–assumendo che tutto almeno vada

che  vada se non bene –e rintanati

ce ne stiamo un po’ tutti nelle nicchie

assegnateci in sorte e ci sentiamo

santi solo per questo e ci crediamo

giusti solo per questo e per il ruolo

che ci richiude santi nelle nicchie

a sperare che un altro arrivi in chiesa

(di quelle chiese dell’ipermercato

dove ai santi si pagano le grazie)

 –ma intanto nel deserto tu ci resti

ora che santi ce ne sono troppi

e ciascuno col suo comandamento

e il segnalibro alla pagina giusta

che nega quello della nicchia accanto

–ma intanto gli ospedali non funzionano

né qui né in Palestina e i paragoni

restano sempre comunque cretini

e c’è poco da fare –e le aggressioni

crescono di default (fendenti o meno)

mentre sul palco muoiono a soggetto

gli attori come mostri in forme o scene

fra pose oscene d’una sorte informe

e forse puoi riprenderti le vite

e forse lo spettacolo diverso

non è solo la wii –che forse il sogno

dell’universo per ognuno è questa

pelle tesa al deserto di velluto

dall’iride gettata sul tramonto

 

 

(da “Parodie” – inedito)

 

 

 

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