Addio, capitale balcanica! – Barbara Pym

agosto 5, 2013 § Lascia un commento

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Il notiziario delle sei, a tutto volume, riempì il salotto, già in­gombro, di tutti gli orrori della guerra totale, nel 1941. Le fo­to sul pianoforte vibrarono per il rumore. Il volto dell’arci­diacono, o meglio la parte non nascosta dai cespugli della sua barba, sembrava esprimere disgusto per la volgarità di tutto ciò. La signora Arling aveva la solita espressione di quando era in vita, umile e rassegnata. Dopo trent’anni di tuonanti sermoni del marito si era abituata alle voci forti e ai toni violenti. Comunque, tutto quello che stava succedendo non li riguardava. Erano entrambi morti negli anni `20, quando Hitler scriveva Mein Kampf l’arcidiacono, un uo­mo deluso, si dedicava a preparare una raccolta di sermoni, come consolazione per non essere riuscito ad ottenere una sede vacante di vescovado.

Le signorine Arling, abituate a questi orrori, erano tran­quillamente sedute ad ascoltare. Janet, la sorella più anzia­na, stava lavorando a maglia una calza color kaki, con la si­garetta che sporgeva dal suo viso quadrato, la testa diritta,

per evitare che il fumo le andasse negli occhi. Le sue dita continuavano meccanicamente a lavorare a coste, due maglie a diritto e due a rovescio. Non c’era bisogno che guar­dasse finché non arrivava al tallone.

Laura Ailing stava sistemando delle primule in un vaso. Era pallida e spenta, con un viso che, al tempo della sua gio­vinezza, doveva essere stato grazioso. Era un viso d’altri tem­pi, in qualche modo nostalgico e quieto in un mondo così pieno di brutalità e di morte. Se qualcuno si fosse preoccu­pato di guardarla, avrebbe detto che aveva un’espressione piena di dolcezza, ammesso che questa parola ora avesse an­cora un significato.

Aveva appoggiato le pagine del Times sul tavolo rotondo di mogano, e i fiori rossi, porpora, gialli e bianco panna erano sparsi qua e là sulla colonna dei necrologi, di modo che, quando Laura ne prendeva uno, il suo sguardo cadeva sul nome dì un defunto e poi percorreva tutta la colonna, alla ri­cerca delle terribili parole ‘in combattimento’. Avrebbe vo­luto che Janet non tenesse il volume della radio così alto. Do­veva essere a causa della sua sordità, anche se non l’avreb­be mai ammesso. Le parole sembravano perdere tutto il loro significato a quel volume. Ricordavano a Laura l’altoparlan­te della macchina della polizia, quella terribile sera di set­tembre, che avvisava di tenersi pronti all’arrivo di cinquecento bambini sfollati, appena giunti alla stazione. Laura sorrise mentre ricordava la triste processione dei piccoli che avanzavano lentamente attraverso il cancello del giardino, con i nomi cuciti sui capponi, trascinando per terra zaini e maschere anti-gas. Janet era stata magnifica. Li aveva mandati tutti in bagno, il che era proprio ciò di cui avevano bi­sogno, infatti dopo, tutti allegri, si erano messi a correre in giardino, urlando, fino all’ora di andare a dormire. Sembrava che fosse passato così tanto tempo da quei primi giorni di guerra. Dopo un mese o due tutti i bambini se ne andarono e la casa sembrò insolitamente pacifica fino ad aprile, maggio e giugno, quando la radio diffuse così tante notizie terri­bili che ora, ad un anno di distanza, sembrava impossibile essere ancora vivi.

“Ora tocca ai Balcani, il Drang nach Osten” disse Janet, e lei sapeva sempre tutto. All’inizio della guerra si era procurata una traduzione di Mein Kampf da Boots. Certo, come dicevano tutti, i Balcani non sembravano poi così mal mes­si. Tanto per cominciare erano lontani, e, dopo la caduta della Francia, non ci si poteva aspettare più nulla dagli alleati. Inoltre era confortante sapere che i tedeschi andavano in quella lontana direzione. Ora, dopo la solita guerra psicologica, le truppe tedesche avevano cominciato ad invadere un’altra capitale dei Balcani. Ma questa volta sembrava una cosa più seria. Laura smise di sistemare le primule e ascoltò. Questa era la sua capitale dei Balcani, quella del suo adorato Crispin. Era primo segretario dell’ambasciata laggiù e si diceva che i diplomatici inglesi si tenessero pronti a partire in qualsiasi momento.

«Non ci si può fidare di questa gente dei Balcani. Non hanno fegato,» disse Janet, togliendo della cenere dal suo lavoro a maglia. Si alzò e spense la radio di scatto.

Laura non protestò. Stava ricordando Crispin durante un ballo ad Oxford, quando lei aveva diciotto anni e lui ventuno. Avevano ballato insieme un numero infinito di volte, allontanandosi dal piccolo gruppo strettamente sor­vegliato con il quale avevano iniziato la serata, e alle sei del mattino, quando le danze erano finite, erano andati sul fiume a fare colazione in barca. Come in un sogno aveva camminato lungo Banbury Road nel sole del primo mattino, con il suo vestito da ballo bianco di satin, mano nella mano con Crispin. Nemmeno la collera di zia Edith e la sua minaccia di riferire tutto all’arcidiacono l’avevano spaven­tata, perché ricordava i baci di Crispin e le belle frasi che le aveva detto. Era stato il loro primo ed ultimo incontro:dopo quella mattina non lo aveva mai più rivisto. Doveva aver sofferto per quella separazione, sicuramente aveva aspettato con ansia le lettere mai arrivate, ma la memoria ora non la aiutava a ricordare. Aveva conservato solo i mo­menti felici custoditi gelosamente con tutti i particolari, come quei fermacarte vittoriani in vetro che racchiudono una composizione di fiori e che ora sono nuovamente ri­cercati, perché rievocano un’epoca in cui la borghesia con­duceva una vita piacevole e pacifica, e le guerre venivano combattute decorosamente nei paesi stranieri da soldati con i baffi folti piegati all’ingiù. Laura non aveva mai amato nessun altro, nemmeno durante l’ultima guerra, quando gli ufficiali venivano a cena la domenica sera e la sua po­vera madre aveva osato sperare che non fosse troppo tardi. Crispin era entrato nel Servizio Diplomatico dopo aver lasciato Oxford ed era stato abbastanza facile avere sue notizie. Laura se lo immaginava a Madrid, a Washington, a Pechino, a Buenos Aires, ed ora in questa violenta capitale dei Balcani dove era primo segretario da tanti anni. Si era aspettata che diventasse ambasciatore o console da qualche parte, anche se temeva che ci fosse molta disoc­cupazione fra i diplomatici visto che i tedeschi occupavano così tanti paesi.

L’immaginazione di Laura e la Harmsworth Encyclopae­dia erano state utili nel fornirle un quadro piuttosto vivo della città dove ora Crispin viveva. Riusciva ad immaginare le costruzioni moderne, le strade tutto vetro e acciaio e i grat­tacieli, con luminose insegne al neon che facevano lampeg­giare parole straniere nell’oscurità. La Galleria d’Arte e il Museo le erano così familiari, come se li avesse visitati dav­vero in un pomeriggio piovoso. L’ambasciata britannica era nella parte vecchia della città, vicino ai famosi Giardini Bo­tanici. Laura immaginava spesso Crispin che vi passeggiava durante le belle mattinate primaverili, magari sedendosi su una panchina a leggere documenti ufficiali tra lilla, azalee e, più in là, canne scarlatte e gialle che facevano da sfondo alla sua bella figura scura. Non poteva certo immaginarselo grasso o calvo, con i suoi occhi color nocciola sbiaditi o na­scosti dietro gli occhiali, con una voce querula e le dita nodose per i reumatismi, che picchiettavano nervosamente sulla scrivania. Il tempo poteva smussare gli artigli del leone ma non quelli di Crispin.

«Stasera ho una riunione del Servizio Volontario Femmi­nile, » disse Janet bruscamente. «Divideremo ]a città in distretti e troveremo qualcuno che vada a fare la raccolta.»

«Raccogliere cosa?» chiese Laura distrattamente.

«Cibo di scarto,» disse brevemente Janet. «C’è an­cora troppo spreco di cibo, specialmente tra le classi più povere.»

Laura osservò sua sorella. Era straordinaria con l’unifor­me verde, splendida, come dicevano tutti. Era come l’arcidiacono, salda come una roccia, molto più efficiente di Lau­ra, che aveva preso dalla madre ed era sognatrice e intro­spettiva. Forse perché io non ho l’uniforme, pensò Laura. che, come membra del Servizio di Pronto Soccorso, aveva soltanto un cartellino e un bracciale. L’uniforme era tutta un’altra cosa, anche per le donne.

Il giorno dopo le notizie peggiorarono. Il perfido stato balcanico aveva firmato il Patto di Alleanza, l’ambasciata britannica stava per partire, e c’era una discussione alla ra­dio su quello che succede quando si interrompono le rela­zioni diplomatiche. Laura ora immaginava Crispin in maniche di camicia, che bruciava i cifrari e riempiva la caldaia di voluminosi documenti segreti, con una ciocca di capelli scuri che gli cadeva su un occhio. Era sicura che avrebbe fatto qualcosa di importante, perché era sempre sembrato così intelligente e eccitante a una Laura costretta allora dall’arcidiacono e dalle zie di North Oxford in un’Inghilter­ra edoardiana, e adesso da Janet e da tutti gli avvenimenti piuttosto banali di una cittadina di provincia non coinvolta nella guerra.

 

Nei Balcani, luoghi pericolosi,

i diplomatici sono meravigliosi…

 

pensò, mentre camminava con il cesto della spesa. Ma no, non era nei Balcani, era «nelle Highlands e nei luoghi mon­tagnosi» e le Highlands le fecero venire in mente il `porridge’ e la farina d’avena. Lord Woolton aveva detto che si do­veva usare più farina di avena. Janet aveva preso delle ri­cette al Servizio Volontario Femminile e per cena avrebbero mangiato una deliziosa pietanza a base di farina d’avena.

Onestamente non si poteva dire che fosse squisita, ma sa­ziava e faceva sentire virtuosi e patriottici, anche se le uova o i cibi in scatola sarebbero stati più saporiti. Ma Janet aveva proibito il cibo in scatola, e le uova dovevano essere con­servate per il prossimo inverno quando sarebbero state scarse, o irreperibii, come diceva lei.

Avevano appena finito di cenare quando suonò la sirena. A Laura si stringeva sempre lo stomaco quando sentiva quel suono, anche se questa era la quindicesima volta dell’anno, stando al suo diario. Comunque era terribile quando conti­nuava tutta la notte, e non si poteva mai avere la sicurezza che gli aerei fossero solamente di passaggio per raggiungere Liverpool. A volte sembrava che fossero proprio sopra la casa e, come aveva detto il capo-fabbricato non senza una cer­ta soddisfazione professionale, due o tre bombe ben piazzate potevano praticamente distruggere la loro cittadina.

«Meno male che hai cenato,» disse Janet, concreta come sempre. «io mi cambierei quella bella gonna, se fossi in te.»

Era a Janet che avrebbe dovuto toccare di uscire, pensò Laura, ma aveva dato le dimissioni dal Servizio di Pronto Soccorso in seguito ad un litigio con il capo della Sezione Femminile. Il tutto era cominciato con una discussione, poi degenerata, a proposito di certe tele cerate, ed ora non si ri­volgevano più la parola. E così toccava a Laura, sempre agitata, raccogliere le sue cose e correre al Pronto Soccorso.

Scese di sotto con la sua maschera anti-gas ed una valigetta nella quale aveva messo il lavoro a maglia, Orgoglio e Pregiudizio, dei biscotti ed una preziosa tavoletta di cioccolato al latte. In testa aveva un elmetto color grigio pallido, bello perché nuovo. Le era stato consegnato la volta precedente durante la pratica, ma lo aveva nascosto in camera per fare una sorpresa a Janet.

Janet sembrò piuttosto seccata quando lo vide. Dava a Laura un’aria importante e professionale. «Dev’essere mol­to pesante,» borbottò. «Ti lascio il termos di tè, anche se te ne daranno là.»

«Bene, se torno mi rivedrai, cara,» disse Laura, con la voce tremante per l’emozione. Uscire così senza sapere quando sarebbe tornata, la faceva sentire importante, quasi eroica, come se stesse partendo per una missione segreta e pericolosa. E poi, con l’elmetto era tutta un’altra cosa. Ci si sentiva perfetti con l’elmetto. Era come avere un’uniforme.

Laura uscì ed accese la torcia, facendo attenzione a diri­gere il fascio di luce verso il basso. La lampadina era avvol­ta nella carta velina e legata come un barattolo dì marmella­ta: Laura avrebbe voluto scriverci sopra `Lamponi 1911′, come faceva la mamma. Dopo un po’ i suoi occhi si abituarono all’oscurità, e vide che era una bella nottata, con le stelle e la luna crescente. Gli aerei stavano ancora sorvolando la città, si sentiva un sinistro ronzio provenire dalle stelle. Lau­ra si affrettò. L’elmetto era instabile e pesante sulla testa, sembrava un fiore dal gambo spezzato.

«Ancora Liverpool,» disse una voce calma e malinconi­ca dietro di lei. Riconobbe la sagoma di una donna che co­nosceva.

«Temo di sì. È terribile» disse Laura impotente, nel ten­tativo di trovare le parole giuste. Ma non ce n’erano. Non po­teva certo essere d’aiuto per le vittime dei bombardamenti il fatto che gli occhi delle donne, al sicuro nei rifugi, si riem­pissero di lacrime quando si parlava di loro. Lacrime, lacri­me vane che non servivano a nulla. Non ci si poteva sbaraz­zare di quel dolore lasciandosi andare ad un bel pianto.

Al Pronto Soccorso erano tutti allegri e affaccendati. I barellieri e le squadre di soccorso, nelle loro tute blu scuro, riempivano bottiglie d’acqua e raccoglievano coperte. Le donne andavano avanti e indietro con le bende e tutto l’occorrente per le medicazioni. Una ragazza molto efficiente era al telefono e il dottore, alto e rassicurante, stava appenden­do il cappotto all’attaccapanni sperando in una partita di bridge, più tardi. Tutto era pronto per eventuali feriti.

Laura indossò il camice. Era rigido, di cotone blu, ampio, lungo fino alle caviglie. Aveva le maniche larghe e corte, un colletto pulito e la sigla del Pronto Soccorso ricamata sul petto a lettere scarlatte. Tirò fuori il lavoro a maglia e si sedet­te sul letto con l’infermiera e l’amica con cui era arrivata.

All’inizio erano allegre e loquaci. Quelle riunioni nottur­ne erano un’occasione di socializzare apprezzata da tutti. Le persone più diverse erano riunite insieme, persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute, legate com’erano alle rigide convenzioni sociali di una cittadina di provincia. La conversazione era animata e spaziava su vari argomenti, orribili storie di incursioni aeree, pettegolezzi, notizie piccanti sulla vita privata dei capi nazisti spigolate dai giorna­li della domenica, dicerie locali e lamentele sull’organizza­zione del Pronto Soccorso. II tempo passava velocemente, un’ora, due ore. II rumore degli aerei nemici fu coperto dalle voci fino a quando tutte tacque, tranne il sibilo della stu­fa proveniente dall’altra stanza. A quel punto tutti cominciarono a tirar fuori scatole di biscotti, mentre le poche ta­volette di cioccolato furono spezzate e divise, come facevano i paleocristiani, pensò Laura, che mettevano tutto in co­mune. Finalmente qualcuno arrivò con le tazze di tè su un vassoio e alcune lette di pane e margarina, spesse e triango­lari, con un velo di pasta d’acciughe sopra. Nessun banchet­to fu mai apprezzato tanto quanto quel pasto informale all’u­na del mattino. Che cosa avrebbero pensato i suoi poveri papà e mamma di questa riunione? Forse era una buona cosa che non fossero più vivi per vederla. Laura aveva sempre pensato che lo shock per il governo laburista avesse accele­rato la fine dell’arcidiacono.

Dopo il pasto tutti caddero in uno stato di sonnolenza. La conversazione si ridusse a qualche sporadica osservazione. Si udì la voce del dottore che diceva «Doppio cinque di cuo­ri», e dopodiché si udirono delle esclamazioni provenienti dalla sala di decontaminazione. Le donne lavoravano a maglia meccanicamente, mentre gli uomini, già stanchi dopo una giornata di lavoro, sonnecchiavano e fumavano. La stan­za era molto calda e le persone si potevano distinguere a ma­lapena attraverso il fumo. Laura pensò con nostalgia ai fiu­mi, agli stagni e ai salici, alle sue lenzuola di lino, al mettere la testa sott’acqua nuotando, persino all’interno di una maschera anti-gas, con il suo fresco odore di gomma e il mi­nuscolo spazio d’aria incontaminata.

Avevano spento la luce e la stanza era buia, c’erano solo dei mozziconi di sigaretta incandescenti e la lanterna a gas che tremolava sul tavolo. Quella scena avrebbe rappresentato un bel soggetto per un pittore moderno; non c’e­ra nulla, in Dalì e nei Surrealisti che fosse più bizzarro di quella realtà: la stanza piena di fumo, gremita di uomini e donne in silenzio, sdraiati o seduti sui letti, sulle sedie o sul pavimento, alcuni avvolti in scure coperte militari, al­tri nei cappotti, alcuni con la bocca leggermente aperta, indifesi nel sonno, ed un uomo, stranamente, visto che fa­ceva molto caldo, che stringeva una borsa dell’acqua calda, con l’etichetta “Gomma di Sua Maestà”. Come oggetti di una natura morta c’erano i tavoli cosparsi di medicamenti, bottigliette e strumenti vari, lunghe stecche di me­tallo appoggiate in cima ad un mobiletto, pesanti bastoni da passeggio in legno, e stampelle ammucchiate in un an­golo. Dopo cent’anni questa quadro avrebbe potuto rappresentare un enigma. Che cosa stavano facendo quelle persone, e perché?

Laura era seduta ben diritta, appoggiata al muro. Chiuse gli occhi arrossati e cercò di dormire. Ma si ritrovò a pensare a Crispin nei Balcani, domandandosi che cosa stesse fa­cendo in quel momento. Probabilmente stava dormendo in una comoda cuccetta di un treno speciale per diplomatici, come i lussuosi Freccia del Nord o Orient Express, che scivolano silenziosamente nelle stazioni, di notte, con i finestrini bruniti ben chiusi, trasportando ricchi passeggeri addormentati senza creare loro il minimo disagio, attraverso un’Europa assopita. Ma l’Europa non dormiva, ed ora meno che mai. Le cose succedevano proprio nelle ore in cui la vi­talità umana era ridotta al minimo: i bombardieri seminavano morte fra l’una e le quattro del mattino, le truppe varcavano le frontiere all’alba. Forse anche Crispin era sveglio, magari stava sfogliando dei documenti importanti, oppure dettando qualcosa alla segretaria, mentre il grandioso treno diplomatico immune dagli inconvenienti di `Zoll’ e `Douane’ lo portava ad est, verso Mosca o Istanbul, sempre più lonta­no dalla sua ambasciata. Laura immaginava questa come una grande casa di periferia, costruita in stile `torta nuziale’. con un albero di magnolia in fiore in giardino, freddo nella sua bellezza, e, dentro, la desolazione di una casa i cui abi­tanti avevano dovuto partire in tutta fretta. Cassetti aperti e vuoti, quotidiani vecchi sul pavimento, fiori appassiti nei vasi, polvere sui mobili rococò e sulle massicce stufe quadrate, con le graziose piastrelle di maiolica ormai fredde, co­perte dalla cenere dei cifrari e dei documenti segreti. Le chiavi erano state lasciate al gentile, schietto ambasciatore americano, il quale aveva promesso di tenere d’occhio gli og­getti che non si potevano portar via, come i quadri di valore e l’aquila imbalsamata, uccisa dal Ministro durante una par­tita di caccia in montagna, quasi che i diplomatici britannici fossero andati al mare per le vacanze estive e tornassero fra un mese. Invece era un `Addio, capitale balcanica!’ e il treno stava correndo nel buio per portare a destinazione i suoi illustri passeggeri, che chiudevano gli occhi come gufi arruffati nella luce del primo mattino, sui binari di qualche altra capitale straniera, dove la Gran Bretagna aveva ancora

qualche rappresentante ad accoglierli. E poi, dopo una taz­za di tè, per così dire, sarebbero stati condotti su un altro treno, o un’altra nave, sempre in movimento, come profughi, nonostante ci fosse il loro paese ad aspettarli, alla fine del viaggio, le loro case di Mayfair o di Belgravia, i loro amici più cari, i domestici che mettevano lenzuola fresche e puli­te sui loro letti …

Delle bellissime note risuonarono nella stanza, penetran­ti, cristalline, come una musica celestiale. Era il cessato al­larme. In un baleno le sagome avvolte nelle coperte si ani­marono, riposero ogni cosa al suo posto, si precipitarono fuori nell’aria fredda, pungente, e le loro voci e i passi riecheggiarono nelle strade vuote. Erano tutti molto più allegri e rumorosi del solito, perché erano in piedi a quell’ora inso­lita del mattino e inondati dal piacevole calore della virtù per aver fatto il proprio dovere. Niente bombe, né infortuni, ma erano rimasti Iì, preparati per ogni evenienza. Avevano perso una notte di sonno, pronti ad agire se fosse successo qualcosa.

Laura entrò in casa in silenzio. Andò in salotto e si sedette vicino al fuoco ormai spento a bere il tè che Janet le aveva lasciato. Non era molto caldo ed aveva quel sapore metallico particolare, di termos, ma Janet ci sarebbe rimasta male se lei non l’avesse bevuto. A Laura non venne in mente che poteva buttarlo via.

Fu un piacere immenso potersi rigirare fra le lenzuola fre­sche ed allungare le membra stanche. Ricordò alcuni versi di Sir Philip Sidney:

Prendi da me cuscini lisci e il letto più dolce,

una camera silenziosa e buia,

una ghirlanda di rose e una testa stanca …

 

Era come se non si fosse mai sentita stanca prima d’allora. Fuori i primi uccelli cominciarono a cantare. Era quasi l’alba. Come doveva essere emozionante vedere Mosca per la prima volta, pensò Laura. Tutte quelle cupole e quelle torri dalle forme più strane, il Cremlino, il Mausoleo di Lenin …

Alla fine, come annunciò il notiziario che Laura ascoltava con tanta trepidazione, il personale dell’ambasciata arriva davvero a Mosca. Dovevano prendere la Transiberiana per tornare in Inghilterra. Quel viaggio era così grandioso, così emozionante che Laura non riusciva neppure a figurarselo. Un viaggio sulla luna sarebbe stato più facile da immaginare. Studiò attentamente l’atlante, ma era tutto troppo vago per essere vero, tranne l’arrivo in Inghilterra, al sicuro, in una bella giornata di giugno, luglio o agosto — non aveva idea di quanto tempo ci volesse — con i platani nelle piazze, e le loro foglie polverose. Si domandò se Crispin avesse una casa a Londra e dove si trovasse. Sperava che non fosse stata distrutta dai bombardamenti e cominciò persino a studiare, sul Times gli indirizzi delle persone morte per vedere quali parti di Londra erano state colpite.

Fu in questo modo che un giorno lo vide, il suo necrolo­gio, in mezzo alla lunga, impersonale lista. Lo lesse mecca­nicamente, attratta dal nome `Crispin’, dapprima senza ac­corgersi che si trattava di qualcuno che conosceva. Era mor­to a casa di sua sorella, Lady Hinge, in un paese dell’Oxfordshire. Non diceva nient’altro, ma Laura scoprì un trafiletto su di lui in una pagina interna. «Dopo aver lasciato Oxford,» diceva, «era entrato nel Servizio Diplomatico, da cui si era ritirato nel 1936». Cinque anni prima! Laura era seccata per essersi lasciata sfuggire quell’informazione, se mai fosse stata menzionata da qualche parte. Il trafiletto si concludeva con tre aride parole. «Non era sposato.» Lau­ra aveva immaginato che non si sarebbe sposato. Le letture e la sua fantasia avevano tracciato un quadro dei diplomatici che non includeva mogli, anche se non era così ingenua da pensare che non esistessero altre donne in grado di sosti­tuirla. In fondo al suo cuore covava sempre la speranza che un giorno sarebbe tornato in Inghilterra e che il loro primo, romantico incontro si sarebbe ripetuto.

Quando si riebbe dallo shock iniziale, Laura si accorse di provare dolore non tanto per la sua morte, che per lei non cambiava nulla, quanto per la perdita dell’immagine che si era costruita di lui. Il ricordo di tutte le fantasticherie sul suo viaggio la fece sentire una stupida e un po’ delusa, dal mo­mento che lui era perfettamente al sicuro in un paese del­l’Oxfordshire, a condurre una vita monotona come la sua. Magari era persino un membro della protezione antiaerea. Si soffermò a considerare questa possibilità, divertita e un po’ sgomenta.

Ritagliò il trafiletto con le forbici da ricamo. Era triste pensare che l’unico ricordo tangibile che aveva di Crispin fosse l’arido annuncio della sua morte. Tuttavia aveva una grande quantità di ricordi. Trovò difficile guardare al futuro e al nuovo ordine sociale, quando si stava così bene nel pas­sato, negli oscuri tempi passati, come li aveva sentiti defini­re. Chissà se loro (espressione con la quale di solito indicava persone come Herbert Morrison ed Ernest Bevin) le avrebbero lasciato, almeno quello, il suo fermacarte vittoriano con la vivace e semplice composizione di fiori. Forse era già stata punita per ì suoi sogni egoistici con la delusione per la sorte di Crispin. Nessun drammatico `Addio, capitale bal­canica!’, ma una morte tranquilla, al sicuro, in Inghilterra. Era persino possibile che la propria morte potesse essere più violenta ed emozionante.

Diamine, pensò, mentre suonava la sirena dell’allarme, potrei morire sotto una bomba! Non era giusto. Era sempre stato Crispin ad avere avventure drammatiche, e dopo tutti quegli anni Laura non voleva che le cose cambiassero. Vive o morte, le persone sono come ci piace pensarle. Laura sa­peva che probabilmente avrebbe cercato invano nel cimite­ro dell’Oxfordshire, fra le tombe nuove e le corone inzuppate dalla pioggia, la tomba di Crispin. Sarebbe stato più facile nei Balcani, luoghi pericolosi. Laggiù sarebbe rimasto sempre qualcosa di lui.

(trad. M.  Pastorelli)

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