La rabbia – Marco Mantello

febbraio 3, 2012 § Lascia un commento

“La rabbia” (Transeuropa ,2011),  primo romanzo di Marco Mantello, già noto come poeta, affronta in chiave marcatamente grottesca ed espressionista il tema del mancato ricambio generazionale nell’odierno contesto italiano.

La vicenda del protagonista, Filippo Van Sandt, è di fatto il tentativo fallimentare di evadere dalla condizione di sempiterno figlio dell’alta borghesia romana, un tentativo narrato con un mixage iperrealista delle dinamiche contemporanee. Siamo di fronte a un nodo edipico che assume valenza collettiva: non a caso sotteso a tutto il libro c’è l’impossibilità di elaborare autonomamente un nuovo o diverso ruolo paterno, con la conseguente sconfitta di una qualsivoglia “maturità”.

Sia il rifiuto sia l’emulazione del potere (impersonati nel romanzo dai genitori, lui un brillante ed eccentrico scrittore, lei ministro della repubblica) sono i poli di un circolo vizioso dove si consuma la vita del protagonista, alle prese con facili scorciatoie e velleitarismi che suscitano – giustamente– la “rabbia” dell’ultimo discendente dei Van Sandt, qui in veste di narratore.

A contraltare le figure di donne – dalla madre, alle varie compagne sino alla moglie, procace agente immobiliare già ultima compagna del padre – si caratterizzano per concretezza e pragmaticità, depotenziando ulteriormente lo stesso lato “debole” che idealmente Filippo avverte nella propria confusa identità.

La scrittura di Mantello ha il suo timbro più peculiare e riuscito  nella corrosiva causticità con cui inscena – stravolgendoli – i teatrini dei poteri italiani, da quello editoriale a quello politico e accademico, pur se non mancano taluni cali di tono e digressioni nella parte centrale della narrazione.

In questo ritmo espressionista – che si rinviene anche nella descrizione del soggiorno berlinese del protagonista – è forse il lascito poetico di Mantello, al pari delle inquietanti metafore dei cani. Questi ultimi, onnipresenti in tutto il romanzo, sembrano quasi  specchiare la condizione master/slave generazionale che è il leit-motiv  e l’obiettivo indignato del romanzo, mosso da un’esibita, e più che condivisibile, passione etica.

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