Capfinidas

maggio 14, 2018 § Lascia un commento

 

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Il sogno d’inverno dell’architetto-Billy Ramsell

maggio 4, 2018 § Lascia un commento

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Film – Greta Rosso

aprile 15, 2018 § 2 commenti

Rosso

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Inediti – Antonino Bondì

marzo 3, 2018 § Lascia un commento

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lo sguscio

marzo 1, 2018 § Lascia un commento

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Fuori è avorio sporco, come ieri. Come prima. Ho preso il fucile, sparo. Il lacchè accorre, trafelato e angosciato: ”Lei è pazza, è pazza. Le valanghe, le slavine, il pericolo”. Inutile ricordargli che siamo qui giusto per le valanghe e le slavine. Lo sa perfettamente.

Un due tre. Quattro cinque sei. Sette otto. Al nove anche l’ottusità umana comincia a vacillare. Per quanto ci siano la sfortuna, le colpe, gli errori che i meccanismi  si ripetano più o meno identici, uguali,  è palese. La trama è incrostata. Compulsione, ai fallimenti. Gli esseri umani – noialtri, nosotros – siamo compulsivi. Adoriamo gli schemi, i telai, le strutture. I ritmi ternari. Come questo, ad esempio, ad exhibendum. Nel caso specifico ad exhibenda.

Gli assistenti sono specializzati, ferrati almeno in due tre discipline. Anche bravi tecnologicamente. Andare in giro per pianeti non è uno scherzo. Però, in genere, restano assistenti. Lacchè, praticamente, perché hanno un maledetta paura di decidere. Un’ansia nevrotica che sfidano fingendo d’essere avventurosi. Lacchè. Sono la mia compulsione.

Sta preparando la colazione. Controllo: i rilevatori sono in ordine, i led non danno strani segnali, gli i clouds ricevono bene. La routine, per fortuna. Per me andrei via ora, tanto la decisione già c’è. Ho un 75% di decisioni corrette. Per questo non sono assistente. Certo, qui potremmo ricadere nel 25% ma dubito. Questo posto non vale la pena. Amen.

Calamita. Attira, questione di flussi magnetici. Calamito deboli e ingenui, uno strazio quando poi te ne accorgi. Un dirsi e darsi su basi inclinate. Vorrebbero sentirsi dire che fare salvo non farlo. Il problema è che dopo un po’ non ho la più pallida idea di che dire né più m’interessa.  Ecco tutto. Eppure continuano  ad affluire, a frotte, a mandrie, a rivoli e fiumi. Ora non tanto. Non do più spazio. Affidarsi ai masochisti, spolpandoli tutti per poi ritrovarsi frammenti di cartongesso, non è un buon affare, perfino per me. Defatigante. E frustrante. Eppure a volte continuo a cascarci. I lacchè.  I masochisti sopravvivono a tutto. Pietà per i sadici. Non ce la possono fare.

Si mangia Gli piace molto cucinare. Contribuisco mangiando,  tanto al ritorno ho prenotato lo sguscio. Stavolta non supero i 50 anni. L’età sempre critica del mio dna. Lo stoppo subito, in contropiede. Con i soldi di  questa missione sto a posto. Ne trovano pochi pronti a rischiare. Con la possibilità di prolungare le vite, buttarsi  via sembra da folli. Ma la possibilità di prolungare dipende dai soldi, e ogni volta ricominci da zero. Nulla di nuovo, la vecchia roulette. Chissà poi quando finisce Chissà se uno si scoccia. La maggior parte – incluso l’attuale lacché- si fa resettare i ricordi.  Personalmente non ne ho bisogno. Ho una memoria fantastica, si resetta in corsa da sola. Trattiene quel che serve. Ovvero  poco.

Lui esce. Con lo scafandro, la motoslitta ad aria. Prelievi. Di neve e di ghiaccio. Non puoi neanche chiamarlo permafrost. Non si trova traccia di suolo. Almeno in tre settimane non l’abbiamo trovato. E il lacchè è tra l’altro geologo. Ufficialmente, stavolta ho studiato meteorologia. Non ce ne sarebbe bisogno: avverti subito il suono e il peso di venti,  flussi e correnti, e non solo magnetici. Non si può impiantare neppure una stazione sciistica, l’ultima stronzata che hanno proposto. Ho detto sì, sì vedremo. Rispondo da un pezzo così. Non offendi nessuno. C’è sempre tempo per vedere qualcosa.

Meno male che è uscito. Riordino tutto, è un caos dovunque, il lacchè è di un disordine cosmico, strano perché poi sul lavoro è pignolo al millimetro. Abbiamo già lavorato insieme, anni addietro, come recita il curriculum ma, mi ricordo, ci sono andata a letto un paio di sgusci fa. Faceva bene l’amore. Con gioia, che è merce rara. Lui non ricorda, ovviamente, con tutte le donne con cui andava e continua ad andare. Eravamo giovani, allora e lui comunque sempre un po’ nevrotico, anzi di più. Come al solito all’epoca calamitavo. Non ora. Non più. Amo tutto, la cosa migliore.

Morire è diventato difficile ma capita ancora. Il lacchè ha portato i campioni, messi in provetta, centrifugati, Acqua, e qualche batterio che trovi dovunque, che palle. Ora parla di morte. Dell’opportunità di piantarla con questi sgusci. Ha bevuto. Del resto potendo ringiovanire tutte le cazze di cellule insieme, alcool e droghe vanno alla grande. E tutti finiscono col parlare di morte,  sempre a livello teorico, ovvio.  Logorroici all’infinito su cosa sarebbe più giusto, più serio, corretto. Se tutto va male – che poi come al solito non tutto va male – è perché puoi salvarti. Sciocchezze, volendo quando  ti stanchi nessuno ti ferma anche se a   nessuno conviene farti morire e non guadagnarci.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro,  e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacchè. E padroni. Chiudo gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

 

(da “Cartografie”, Zona, 2013)

 

 

 

 

 

 

 

Nicanor Parra (1914-2018)

gennaio 23, 2018 § Lascia un commento

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Sulla poesia di Viola Amarelli – Mimmo Grasso

dicembre 19, 2017 § Lascia un commento

 

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