Tomada su Amarelli

giugno 12, 2012 § Lascia un commento

 

“Si presta una voce al mondo, a una faglia, all’innervatura di un picciolo, ci si illude, perché il mondo resta tutto, ogni cosa…”: così scrive Viola Amarelli a latere, a concludere la sua ultima raccolta, Le nudecrude cose e altre faccende, pubblicata recentemente dalla meritevole L’Arcolaio di Forlì. Si presta, appunto, non si prende, non si possiede, perché ciò che diamo è soprattutto il nostro bisogno che spesso, quasi sempre diventa tensione – mescolanza e proiezione di noi stessi nel mondo che ci circonda, nelle “nudecrude cose (che) se ne fottono, o, più esattamente, restano imperturbabili”.

La voce che Viola Amarelli presta è una scrittura matura, che però non si adagia mai sulla sicurezza delle forme conosciute, anzi è una poesia mutevole nel suo divenire, aspra, rude, a volte consapevolmente ingenua (la splendida Identità), una poesia che, soprattutto nell’ultima parte della raccolta, tracima in una prosa densa e quasi desertica.

La varietà dei linguaggi, pur all’interno di una coerente unità di intenti, è un valore aggiunto di un libro che non manca di coraggio neppure nei contenuti, nel suo essere – necessariamente, per l’approccio della scrittrice – civile e politico. O polemico, come quando Viola Amarelli affronta il nudocrudo ambiente della poesia italiana, o amaro, quando, fra le molte figure femminili presenti, emerge la riflessione sul ruolo della femminilità stessa.

Ciò che più stupisce, al di là della potenza delle parole qui raccolte, è la consapevolezza del ruolo della poesia e del poeta. Viola Amarelli sembra avere ormai raggiunto uno stato (certo frutto di una lunga ricerca, prima umana e solo poi letteraria, immagino) in cui può permettersi di non curare più la bellezza della poesia, quanto il suo valore di testimonianza, sia nel privato sia nel pubblico, il suo aderire a come si vive, verrebbe da dire a quanto si ha il coraggio di vivere. “Le formalità, le perifrasi, i saluti sempre di circostanza, i silenzi diplomatici. Tutto l’armamentario, l’ha bruciato”. Quello che resta è tanto, tantissimo, ed ha il sapore di una conquista che restituisce un invito ed un intento: “Far cose a cuore aperto, nudo, far cose inutili. Gentilmente.”

La bellezza della poesia poi arriva, come conseguenza e non come fine.

Insieme ad un invito che faremmo bene tutti a raccogliere e custodire.

(già su Alleo)

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