La dernière rivière – Denise Desautels
maggio 10, 2012 § Lascia un commento
1.
Già da un secolo o due
la distanza, un mondo tra noi
ognuno ognuna in cammino
il suo polo, verso altrove
quale lingua parli
quale tono, quale sintassi
la vertigine allontana
con questo grido soffocato
sempre meno reale
in mezzo alle tenebre
ognuno ognuna
a testa in giù
quindi chi è l’altro
un secolo più tardi
in quest’ultima stanza
quel volto lì posato, nascosto dietro
ciglia di silenzio, pelle
il suo avorio mi fronteggia
davanti
tutto è irriconoscibile
perfino l’acqua in cui ci siamo immersi
per poi annegare
torrente, si direbbe
2.
l’oscuro, l’incerto
una faccenda notturna ricomincia
sole abbagliante
ciò che vedo
viva solitudine da tutti i pori
in quest’imbrunire di fine luglio
una vita ad altezza del petto
l’improvvisa chiusura
l’orizzonte va, va
senza fiaccarsi, senza traccia in eccesso
tranne le metodiche lancette
al polso, il tuo orologio
l’enigma
per solo violoncello
la tua voce spenta prima di tutto il resto
addio mio amore
d’un altro tempo
addio
oggi il tuo corpo mascherato
sotto una folla in caduta libera
il suo quieto terrore, si percepisce
unico indizio
3.
riconosco il fiume
a sinistra, scorre
in un rettangolo di finestra
al semplice tastare
la fede di un’altra al tuo anulare
e il tuo viso altrove
vicino
non si sa più né chi né cosa
entra ed esce in
questa stretta domenica
mentre il sole sfiora
il tuo ultimo letto
scorre il fiume, sudario già
mobile, indifferente
pur senza avvenire
questa camera non è ancora verde
nonostante la sua autentica
estraneità
siamo sempre noi
lo sconosciuto in fondo alle mie dita
dall’altra parte
così poco
4.
qui, un tempo
è così ampio d’improvviso
tra fiume e stanza
dal fondo verso la superficie
riporto noi verso di me
e conto i pezzi dell’abbraccio
la scena si estende ovunque
occupa lo spazio
muro e suolo
sdraiata e ritta insieme
colma di granito, colma d’acqua
l’angolo retto del mio sguardo
muro e suolo
cinque vasche d’acqua, cinque lastre di granito
come in Stations di Bill Viola
i corpi si tuffano, maldestri
si muovono, arrancano, tentano di reggere
fino all’ultimo
la loro plurale oscurità
e i corpi ricadono inutilmente
come ultima risorsa
poiché
alla fine tutto muore
6.
nell’anonimato di questa stanza
un secolo o due di memoria
oggi
là, in piedi, non sono
non ero prevista
ma alla maniera di un romanzo
trenta cinque anni dopo
nostro figlio fatto uomo
il filo dell’acqua tra noi, lo trattengo
errante, smarrita, una storia
quale
le parole della fine precipitano
il mistero, il dolore
aprire, aprire, come lo si dice della speranza
ma resistono le tue palpebre
il giorno resta buio
il freddo, le lacrime
è lo spavento
nonostante l’azzurro, l’estremo azzurro
di colpo esigo, grido
un po’ di senso al verbo
morire
7.
un giorno qualcuno
dimentichiamo tutto il resto
che sta per finire
diciamo tu, noi, intimamente
prima, fuori dal minimo malinteso
senza nessuno, né guerra né qualche ossessione
prima di quel paesaggio di muri
quel mai più
tu, noi
né colei né colui
che abbiamo scelto
dimmi dove continua il futuro
fin dove quel cielo strisciante
prima, tu ancora palpabile, tu
posta la nostra esigenza
affermata
anche in territorio muto
tu, noi, la speranza a poco a poco
d’una seconda opportunità
– due o tre inedite sillabe
come un dono
da La dernière rivière (trad. di Claudine Bertrand e Viviane Ciampi)
